Era sdraiata sul divano, col braccio sinistro che pendeva verso il pavimento. Il ronzio della TV, anche alle cinque del mattino, non la svegliò. La luce bianca dell’alba le bagnò il viso come latte versato in un bicchiere. Aveva freddo, e la coperta rossa di pile era a terra. Accoccolato sopra, lui russava piano.

Lei sentiva la voce dalla TV senza ascoltarla.

Questa femmina di orango ha quarantadue anni e si prende cura del suo cucciolo da sei.

 

Le piastrelle del pavimento erano fredde e pallide, disseminate di fazzoletti accartocciati come nuvole sopra il mare invernale. Nel candore, il numero del veterinario era scarabocchiato su un biglietto giallo. Sentì il suo naso umido sfiorarle le dita. Pensò di stare sognando.

Forse si stava già abituando alla sua assenza.

Dopo l’uomo, l’orango è il primate che si prende cura dei suoi piccoli più a lungo. 

 

Gli artigli ticchettarono sulla ceramica: chicchi di caffè sparsi in una tazzina. Lo sentì muoversi per la stanza lentamente, con fatica. Non era un sogno. Lui si aggirava sempre per la stanza quando l’alba si trasformava in mattina.

La voce di David Attenborough, dalla TV, le raccontava di terre lontane. Sulle pianure dell’Etiopia spuntava il sole, proprio come stava accadendo ora nel suo salotto. Come ogni altro giorno che iniziava.

Come ogni altra mattina di tutte le mattine del mondo.

Lei sentì di nuovo il suo naso bagnato sfiorarle le dita per svegliarla. Doveva alzarsi, cercare gli occhiali a tentoni, afferrare il guinzaglio di tessuto scozzese che pendeva dal termosifone e uscire nel freddo pungente.

Come ogni altra mattina di tutte le mattine del mondo.

 

***

 

Poche ore dopo, tutto era andato come doveva andare.

Lui non c’era più.

Le stelle cominciarono a scoppiettare nel cielo nero. Si stese sul divano. I fazzoletti erano sempre lì, insieme al biglietto col numero del veterinario, stavolta vicino a una lattina di Coca accartocciata e a una scatola vuota di crocchette di pollo. S’infilò sotto la coperta di pile rossa.

Dopo essersi accoppiata per la prima volta, la femmina di polpo trova un luogo sicuro per deporre le uova. Questa diventerà la sua casa per sei mesi, durante i quali non mangerà niente, dedicandosi unicamente alla protezione dei futuri cuccioli. 

 

Era buio. La mano le scivolò verso il pavimento, e i polpastrelli sentirono la ceramica fredda. Il giorno dopo stava già arrivando. Il sole sarebbe sorto tra poco. Come ogni altra mattina di tutte le mattine del mondo.

Quando le uova cominciano a schiudersi, la femmina è ormai in punto di morte. La mamma polpo compie il gesto d’amore più grande: pur di garantire la sicurezza dei suoi cuccioli, si lascia morire di fame, sacrificandosi per la vita che verrà. 

 

La coperta di pile rossa era calda. Pensò che fosse un bel luogo dove finire la giornata, dove finalmente chiudere gli occhi un’ultima volta. Il tessuto era pieno di peli chiari, ma non le importava. Il guinzaglio di tessuto scozzese pendeva dal calorifero come ogni giorno.

Guardò i microscopici cuccioli di polpo scivolare fuori dalle uova. Nuova vita, minuscoli cuori che battevano nell’oceano per la prima volta. Li sentì nuotare tra le dita della sua mano che pendeva verso il pavimento. Osservò il corpo della madre piroettare via nella corrente e inspirò l’odore della coperta.

I piccoli polpi si libravano e giocavano tra i suoi polpastrelli, inumidendoli. Come se, nonostante tutto, non fosse sola.

 

Quando si svegliò, era domenica. Raccolse i capelli in una coda, accartocciò la lattina di Coca, la scatola di crocchette di pollo, i fazzoletti e il numero del veterinario attaccato al pavimento. Ficcò tutto in un grosso sacco.

Piegò con cura la coperta rossa di pile, indecisa se lavarla. Decise che poteva aspettare.

Bevve una tazza di caffè alla finestra, con il sole invernale che le bruciava le guance.

Non uscì, quella mattina.

 

Il guinzaglio di tessuto scozzese continuò a penzolare dal termosifone del suo salotto tutta la domenica e poi ogni giorno della sua vita. Quando lo guardava, sentiva la vita, forte e potente come mai prima d’allora, colpirla come luci d’alba negli occhi.

Quando guardava il guinzaglio, l’intensità della vita si manifestava in tutta la sua gloria, come una coperta rossa piena di peli chiari. Come artigli che ticchettavano sul pavimento per venire a svegliarla.

Sentiva tanti minuscoli polpi volteggiarle tra le dita, come un naso che cercava la sua attenzione mentre dormiva, come la vita che continuava dopo la fine. Come una mamma polpo che volteggiava nell’oceano, per sempre.