I

 

In quella calda notte estiva della campagna forlivese si udiva soltanto il ronzio di una vecchia Ape Car blu mare. Antonio, un uomo di mezza età, affrontava il buio che inghiottiva l’angusta strada sterrata con la fievole luce del suo mezzo. Nonostante la salita si facesse sempre più impervia, l’uomo guidava con mano esperta il furgoncino che slittava e sobbalzava, innalzando veli di terra e polveri che pian piano si riadagiavano al suolo. Lungo la strada, si presentò infine un verde cancello arrugginito; l’uomo arrestò la carretta, scese con foga sbattendo la portiera e con il fanalino puntato si diresse a grandi passi verso un catenaccio dal quale sfilò con decisione l’asta, provocando uno stridio pungente. 

Antonio alzò il capo, assottigliò gli occhi aggrinzendo la fronte e si sistemò i grandi occhiali impolverati nella speranza di vedere oltre il tratto fiaccamente illuminato. «Bene, non c’è neanche il cagnaccio. Allora stamani se ne sono andati via proprio tutti». Scosse il capo e increspò le labbra. I suoi accigliati occhi verdi si persero nel vuoto mentre l’Ape continuava a ronzare ferma alle sue spalle. Ripensò a come quelli lo avevano lasciato sul lastrico togliendogli il lavoro. Le sue grandi mani cominciarono a tremare nervosamente mentre stringevano con forza la sbarra di metallo. Doveva fargliela pagare. Voleva derubarli e sapeva dove tenevano l’oro e i gioielli. Era stata proprio Serena, la sua ex, ad averglielo raccontato: in una cassaforte nascosta dentro una delle pareti dello studio.

Aprì il cancello raschiando la ghiaia, si asciugò la pelata umida con l’avambraccio e risalì sul furgoncino. Proseguì per un centinaio di metri prima di finire in un piazzale e terminare la sua corsa. Prese la torcia che aveva portato con sé e la puntò sul terreno. Sotto i suoi sandali logori poteva vedere tracce di pneumatici di grossa taglia proseguire verso destra, finendo all’interno di un grande capannone. All’improvviso una moltitudine di ricordi e pensieri sconnessi affollarono la mente del romagnolo. Per un attimo si rivide a litigare aspramente con Serena. Non avrebbe voluto sposarla. Non era una bella donna, odiava la sua voce stridula, aveva un pessimo carattere e la riteneva profondamente stupida. Nonostante questo, di lei aveva sempre apprezzato i lunghi capelli neri e i grandi occhi blu. Il matrimonio era stato l’unico modo per sperare di ottenere, in futuro, le redini dell’attività del suocero, un mobilificio nella periferia di Forlì. «Quella stupida gallina mi ha rovinato!» disse, e dopo un attimo di esitazione avanzò verso il capannone. Al rancore nei confronti della ex subentrò l’immagine di una donna più giovane e attraente: una troia di nome Daniela. Mormorò il nome di lei ripetutamente. Andava a trovarla ogni fine settimana e aveva finito con l’innamorarsene. Se non fosse stato per Franco, che per miracolo si era salvato da una brutta caduta da cavallo rimanendo soltanto paralizzato alle gambe, il mobilificio sarebbe stato nelle sue mani e non avrebbe avuto problemi ad affrontare il divorzio. A quel punto avrebbe potuto iniziare a vivere con Daniela.

L’uomo iniziò a guardarsi attorno, agitando convulsamente la torcia. La luce ballerina rivelò una moltitudine di attrezzi da giardinaggio appoggiati alle pareti ferrose. Continuò ad agitare la luce a destra e a manca finché non riuscì a trovare una lunga scala di metallo. Se la caricò in spalla e avanzò a fatica verso la parte opposta della piazza, sicuro che la porta finestra dalla quale intendeva entrare non fosse stata ancora riparata.

Arrivò ai piedi di una villetta a due piani, con le mura spoglie e grandi finestre con persiane malandate. Passò a lato della scalinata dell’ingresso principale, alla quale era stata affiancata una rampa di legno, e svoltò in un viottolo invaso da arbusti fino a raggiungere il retro della dimora. In alto c'era una terrazzina: sarebbe entrato da lassù, come aveva deciso. Non sarebbe stato difficile, anche se salire così in alto un po’ lo inquietava. Non amava l’altezza, ma non aveva altra scelta. Si liberò della scala, si massaggiò la spalla facendo una piccola smorfia, dopodiché aprì l’attrezzo fino all’altezza del parapetto in muratura e tastò il terreno con i piedi per cercare il punto di appoggio migliore. Ci mise un po’ a posizionarla bene: non aveva intenzione di finire sulla sedia a rotelle com’era accaduto a Franco. Per qualche secondo restò con il capo all’indietro a guardare il parapetto mentre ciondolava le mani. Alla fine decise di arrampicarsi. La scala si mise a ballare e Antonio continuò più lentamente ma senza fermarsi. Con il cuore in gola riuscì ad arrivare sulla terrazzina e, dopo aver tirato un’occhiata verso il giardino, molto più in basso, si piegò sulle ginocchia tirando un sospiro di sollievo. Si diresse verso la portafinestra, si mise la torcia in bocca e, dopo aver sfilato un cacciavite da una delle tasche, lo infilò nella fenditura mentre percuoteva la porta stringendo la maniglia. La vecchia serratura difettosa spesso si inceppava bloccando il passaggio; l’uomo non avrebbe saputo contare tutte le volte che aveva dovuto forzarla per far rientrare la moglie rimasta chiusa fuori. Dopo numerosi tentativi il meccanismo scattò permettendo all’uomo di entrare. Antonio tastò la parete per premere un interruttore e illuminò la stanza.

Il suocero non teneva in casa grandi quantità di denaro ma era molto attaccato ai gioielli della moglie che si era spenta qualche anno prima: le collane, gli anelli e gli orecchini erano tutti tenuti all’interno di una cassaforte infilata nel muro del suo studio, nascosta banalmente dietro un quadro. Per aprirla sarebbe bastato trovare la chiave: il suocero ne aveva una copia sempre con sé mentre l’altra la teneva in uno dei comò della camera, nascosta sotto una gran quantità di lettere e scartoffie. Antonio si diresse verso quella stanza che si trovava in fondo al corridoio, dopo il bagno, lo studio, la camera di Serena e la rampa di scale. Il parquet scricchiolava a ogni suo passo rompendo il silenzio sordo che aleggiava nell’abitazione, e ciò suscitava in lui un senso di inquietudine. La camera non era molto grande: aveva un letto matrimoniale con due comodini ai lati, un comò e un armadio che copriva tutta una parete. Antonio aprì i cassetti del comò uno dopo l’altro, fino a trovare quello che conteneva lettere, fogliacci e documenti. Infilò le grandi mani nell’ammasso di carte e trovò la chiave. Era placcata in ottone, lunga e sottile, con un pettine rettangolare e l’intaglio squadrato. «È fatta!» Esultò, sistemando come poté le carte. Poi uscì dalla stanza chiudendo la porta alle sue spalle. Tornò indietro per raggiungere lo studio, continuando a rimirare la chiave appena recuperata. Mancava veramente poco, lo studio si trovava a pochi passi. «Dovrò pensare a chi rivendere i gioielli e l’oro, ma la cosa migliore è farlo lontano da qui. Forse dovrei aspettare che salgano i prezzi. Probabilmente farei meglio a vendere tutto un po’ alla volta» continuò a parlottare tra sé mentre entrava nello studio. Aveva iniziato a ignorare il cigolio del legno sotto i suoi piedi, il rumore non lo intimoriva più.

Il quadro era appeso alla parete dietro a una scrivania. Un soggetto piuttosto tetro: vi era raffigurato un vaso di vetro contenente una rosa nera dai petali cadenti. Osservandolo, trasmetteva un senso di precarietà e angoscia. Antonio restò ad ammirare l’opera. Era davvero ben fatta, a differenza delle altre appese nel corridoio, lungo le pareti delle scale e al piano inferiore. Il suocero era un amante della pittura e, benché fosse totalmente ignorante in materia, Antonio avrebbe scommesso che quei dipinti valevano una bella somma.

Non appena ebbe rimosso il quadro dalla parete, il rombo di un motore e il rumore sporco di pneumatici provenienti dalla piazzetta gli fecero gelare il sangue. Rimase imbambolato, cercando di seguire il veicolo con l’udito. Non poteva essere Franco e neppure Serena: conosceva bene il suono del motore delle loro auto ed era certo che fossero partiti la mattina precedente. Sperò in una coppia di amanti che aveva scelto il luogo sbagliato per appartarsi; ma sapeva che nessuno si sarebbe avventurato in una strada privata così dissestata, nel pieno della notte. Mentre continuava a sfornare congetture inutili nella sua testa confusa, il rombo cessò e dei tonfi di portiere sbattute fecero calare nuovamente il silenzio.

 

II 

 

I tre si aspettavano di entrare in quella catapecchia senza grossi problemi; sapevano che il proprietario se ne era andato e non avrebbe fatto ritorno prima della settimana seguente. Riccardo stava guidando con sguardo smorto una Nissan Murano grigio metallizzato, mentre suo fratello Marco, seduto accanto, si accendeva una sigaretta. 

«Non fumare in auto, mi dà fastidio!» protestò Lucia, dal sedile posteriore. 

«Perché?» disse lui voltandosi, mentre lei lo freddava, a braccia conserte, con i grandi occhi azzurri. 

«Non farlo e basta!» continuò imbronciata, avvicinandosi al viso di lui con i lisci capelli neri che le cadevano dalle spalle. 

Marco continuò a guardarla indifferente, poi le rise in faccia. «Col cazzo!» 

La ragazza s’infuriò. «Spegni quella merda!» e avventò la manina sulla sigaretta, ma Marco le afferrò repentinamente il braccio. 

«Non rompere i coglioni, fatti i cazzi tuoi e datti una calmata!» fece un tiro, e mentre lei cercava di liberarsi dalla presa le soffiò tutto il fumo negli occhi; poi la spinse indietro sul sedile tornando a guardare la strada. 

«Quanto manca?» domandò al fratello. 

«Siamo arrivati» disse Riccardo fermando l’auto. 

Poi si soffermò su un particolare che non gli tornava. 

«Però non capisco perché abbiano lasciato il cancello aperto». 

«Boh, chi se ne frega, li abbiamo tutti visti andarsene stamani, no?» 

Gli altri due annuirono. «Allora entriamo, troviamo quei documenti e andiamocene, tra un’oretta al massimo saremo a farci due risate davanti un paio di birre».

 

Riccardo e Marco erano spacciatori che bazzicavano la periferia di Bologna. Una notte erano stati avvicinati da tre uomini che li avevano obbligati a salire sulla loro auto senza fare domande; erano tutti alti e robusti, vestiti elegantemente e armati. I due erano stati portati in una stanzetta nel retro di un locale fatiscente, dove avevano incontrato un uomo sulla quarantina in compagnia di una ragazza minuta poco più che ventenne, Lucia, entrambi seduti su un divanetto rosso. L’uomo stava bevendo un bicchiere di tequila liscia, la cui bottiglia mezza vuota si trovava su un piccolo tavolo nero accanto ad una Beretta 92–FS calibro nove. Il signore dai capelli brizzolati, pettinati all'indietro, aveva impugnato l’arma e zittito i due che avevano appena iniziato a piagnucolare. Gli erano state date due opzioni: continuare a vendere la loro roba o quella dell’uomo che li minacciava con la semiautomatica.

 

Il suv si fermò nella piazzetta dietro un furgoncino azzurro. «E quello? Di chi è?» indicò Riccardo con la sua mano grassa. 

«Guardate in alto, ci sono delle luci accese!» fece Lucia poggiando le mani sul vetro. 

«Merda!» urlò Marco sbattendo un pugno sul cruscotto. 

«Ora che si fa?» 

«Stai zitta un attimo e fammi pensare!». L’uomo si passò la mano fra i folti capelli ricci poggiando il gomito sulla gamba. I due lo osservarono, poi incrociarono gli sguardi senza fiatare. «Ok, ascoltatemi. Io entrerò dalla porta principale. Tu, Riccardo, andrai sul retro per vedere se c’è un'entrata secondaria. Lucia, stai qui e assicurati che non esca nessuno. Tenete pronta la pistola, ma non fate cazzate!»

La ragazza protestò con tono inacidito: «Perché non posso andarci io sul retro?»

Marco la guardò basito – non era il momento di mettersi a discutere – e ribatté seccamente: «Fai il cazzo che ti pare allora! Riccardo, resta tu di guardia». 

I tre uscirono dall’auto, la ragazza si diresse velocemente verso un viottolo facendosi strada con la luce del suo smartphone mentre uno dei due uomini si avviava alla scalinata illuminando il terreno con una piccola torcia a led.

Al piano terra le luci erano ancora spente.

Marco balzò sui gradini, tirò fuori i grimaldelli e iniziò a scassinare la porta. Aprirla risultò più facile del previsto. Alle sue narici arrivò subito un forte odore di stantio. Fece una smorfia, mentre si guardava attorno. L’ingresso era modesto: sulla destra un appendiabiti spoglio, a sinistra un portaombrelli dal quale spiccavano due bastoni da passeggio di buona fattura.

L’uomo alto e smilzo si lisciò nervosamente la barba incolta. Entrò a passo lento nel salotto. Non riusciva a sentire nient’altro che le sue scarpe affondare nella moquette rossa e sporca. Superò una grande poltrona in pelle e un lungo divano coperto da un telo con un motivo floreale, davanti a uno schermo piatto poggiato su un mobile scuro e polveroso. Il proprietario sembrava non essere un patito dell’ordine e della pulizia. Tra la tv e il divano i due c’era un tavolo in vetro con dei mozziconi sparsi intorno a un posacenere e una piccola foto di un uomo sulla sessantina, alto e in carne, con una sigaretta in bocca e alla mano un bastone nero. Al suo fianco, una donna: bassa, magra, dal volto amorevole solcato da rughe profonde. Poco più in là, sulla rampa di scale, era stato applicato un saliscendi per invalidi. A disagio, Marco prese la pistola e la puntò verso il corridoio superiore. Mentre saliva, notò che una delle porte lungo il corridoio era socchiusa.

Nel frattempo, Riccardo si era avvicinato all’Ape per ispezionarla.

Nell’abitacolo non aveva notato niente di particolare: le chiavi non erano inserite, c’era terra sparsa dappertutto, il sedile in pelle si era aperto facendone fuoriuscire l’imbottitura gialla. Il ragazzo lanciò dunque un’occhiata alle finestre illuminate ma senza riuscire a vedere granché. L’attesa lo stava logorando. Cominciò a camminare avanti e indietro infilandosi la larga canotta nei pantaloncini di jeans. Non voleva rimanere con le mani in mano. Fece per andare verso l’entrata ma si fermò dopo qualche passo pensando all’eventualità che l’estraneo potesse scappare; qualcuno doveva rimanere di guardia, suo fratello aveva ragione.

 

 

III

 

Pistola alla mano, Lucia seguì il viottolo guardandosi ossessivamente alle spalle, convinta che ci fosse qualcuno nascosto nei cespugli, pronto ad assalirla non appena avesse abbassato la guardia. Dopo qualche passo nella ghiaia, intravide una lunga scala appoggiata alla parete. Non sapeva cosa fare, era al suo primo incarico. Aveva insistito molto affinché il padre la lasciasse partecipare; lui era riluttante all’idea, perché la riteneva poco matura, e infantile. Poi però si era lasciato convincere, stufo delle sue suppliche. Lucia provava un amore malato per il padre. Nessun uomo era alla sua altezza. Era molto potente e rispettato, esercitava una grande influenza sulle persone e nessuno aveva mai avuto il coraggio di fargli un torto. Voleva portare a termine quel compito per sentirsi dire di aver fatto un bel lavoro. Erano stati mandati a recuperare l’atto d’acquisto dell’immobile, necessario per la sua vendita. Il boss possedeva un terreno in zona, del quale voleva liberarsi il prima possibile. Era venuto a conoscenza che un ricco imprenditore stava cercando casa nel forlivese e che aveva puntato gli occhi su quella sbagliata. Un ritardo nelle fasi di compravendita avrebbe lasciato al boss il tempo di spostare l’attenzione del cliente sulla sua proprietà.

Alla fine la ragazza decise di salire, guidata dal telefono riposto nella tasca, con la pistola puntata verso l’alto. Nel silenzio si poteva udire il calpestio cadenzato di quella giovane minuta e leggera, che arrivò in cima alla scala senza farla neanche ondeggiare. Non appena ebbe portato il capo oltre il parapetto, dall’altro lato spuntò il viso paonazzo di un uomo occhialuto, con dei verdi occhi sbarrati. La sorpresa le tolse il fiato, mentre quell’invasato la spingeva violentemente, facendola precipitare nel buio.

 

Solo pochi secondi prima, Marco aveva intravisto in fondo al corridoio, sulla terrazzina, un uomo accovacciato oscurato da un velo d’ombra. Quel misterioso individuo non si era ancora accorto della sua presenza e lui ne aveva approfittato per puntargli la pistola contro. Stava per gridargli qualcosa, quando quello era scattato in piedi avventandosi su una figura minuta che si era appena affacciata dal muretto. Aveva riconosciuto il volto terrorizzato della collega, che in un istante era sparita nel nulla. «Fermo! No!» aveva biascicato facendo partire due colpi e freddando il nemico alla schiena. Ancora scosso, si era poi catapultato sulla terrazza urlando: «LUCIA!»

 

Ma come aveva fatto Antonio a cacciarsi in quella situazione? Dopo aver ascoltato per un po’ gli “intrusi” che si avvicinavano alla casa, era uscito dallo studio per raggiungere frettolosamente la scala a pioli. Ma aveva sentito dei passi e scorto una luce che si avvicinava; allora si era appiattito contro il muro, nel maldestro tentativo di nascondersi, ormai in preda al panico. Si era concentrato su quei passettini; e quando aveva capito che qualcuno sarebbe di lì a poco sbucato dal parapetto, era scattato in piedi per ricacciarlo. Non avrebbe mai immaginato di trovarsi faccia a faccia col volto terrorizzato di “Serena”, con i suoi occhi azzurri fissi nel vuoto e i lunghi capelli neri inzaccherati di sangue. Un attimo dopo era di nuovo sparita nel nulla e due fitte gli avevano attraversato violentemente la schiena.

 

Marco ripeté più volte il nome di Lucia cercandola nel buio, e poco dopo sentì avvicinarsi Riccardo. «Marco, cos’è successo?!» urlava, correndo con la pistola in pugno. «Cos’erano quegli spari?»

«Hanno ammazzato Lucia! L’hanno buttata di sotto!» rispose disperato con le mani fra i capelli. 

«Chi? Dov’è lei? … No! Lucia!» strascicò osservando il corpo immobile al piano di sotto, immerso in una pozza di sangue.

Intanto il cervello di Antonio tentava a fatica di elaborare quella cacofonia di voci e nomi. Marco? Lucia? Mentre la vista gli si annebbiava e nelle orecchie iniziava a risuonare un fischio acuto e penetrante, le grida distorte intorno pian piano andarono in dissolvenza. Poi, finalmente la quiete.

 

IV

 

I due fratelli decisero che la cosa migliore era sparire la notte stessa. Con la figlia del boss morta, non ci sarebbe stato un posto sicuro in tutta la penisola. Marco trovò la chiave della cassaforte ai piedi di Antonio, e solo allora intuì la dinamica degli eventi. Corse a raggiungere la stanza con la porta socchiusa, vide il dipinto a terra e la cassetta di metallo infilata nel muro. Si precipitò ad aprirla e recuperò tutto l’oro e i gioielli che conteneva; infine si fiondò giù dalle scale e uscì dalla casa, raggiungendo il fratello minore che fremeva già col motore acceso.

 

Epilogo

 

Una calda mattina estiva, lungo le spiagge di Rimini, un uomo anziano sulla sedia a rotelle, ascoltava la radio fumando sotto un ombrellone. «…e ora dalla politica passiamo alla cronaca… Un brutto incidente nella notte ha portato alla morte di due italiani di 34 e 38 anni, lungo la A13 Bologna–Padova. Il suv grigio si è schiantato dopo che il conducente…» L’uomo gettò il mozzicone e prese a guardarsi intorno, con fare spazientito. «Serena! Finiscila col cane e andiamo a pranzo! Vieni ad aiutarmi che con la sabbia non ce la faccio!» La donna dagli occhi azzurri e i lunghi capelli neri raggiunse l’uomo, e prese a spingere la carrozzella sotto il sole rovente.

 

La solita routine.