Chiamata Notturna

di Lorenzo Bianchi

Erano all’incirca le due e quarantadue di notte e Pellegrino se ne stava stravaccato sul divano a masturbarsi con sincero impegno fissando la televisione, quando il telefono squillò. A malincuore si tolse le mani dalle mutande, spense il porno che stava guardando (Labrador & Moldave Vogliose) e afferrò la cornetta.
«Pronto?»
«Sei sveglio?» Era Filippo, il suo direttore al giornale.
«Sì…» fece Pellegrino con voce impastata.
«C’è poco tempo, è appena arrivata una chiamata. Forza, rimetti l’uccello nelle mutande e vestiti».
«Ma io veramente…»
«Zitto, ti conosco. Sento il fiatone dalla cornetta».
Pellegrino sbuffò e si tirò a sedere. La busta di piselli ghiacciata che si era messo sulla fronte per alleviare il mal di testa rotolò sul divano scricchiolando. Cercò una canna già rollata e l’accese. «E il motivo di tutta questa fretta? Cos’è successo di così urgente?»
Filippo si fece evasivo. «Con precisione non lo sappiamo. È arrivata la solita chiamata dal tuo amico che guida le ambulanze nel turno di notte. Quando ci ha avvertiti non era ancora sul posto, quindi non saprei dirti granché…» sospirò, poi sbrigativo: «Stiamo perdendo tempo, segnati questo indirizzo e vai a controllare. E mi raccomando, discrezione: non sappiamo se è qualcosa di grosso o una sciocchezza. Non sappiamo neppure se ci sono gli sbirri di mezzo».
Pellegrino scarabocchiò l’indirizzo su un angolo strappato del cartone unto della pizza, si vestì in fretta e furia e uscì di casa sbattendosi l’uscio dietro. Solitamente Marco, l’amico che guidava le ambulanze e che per un periodo era stato suo collega quando facevano il servizio civile all’SVS di zona, avvisava tempestivamente il giornale quando arrivavano delle chiamate anomale al centralino del pronto soccorso. Pur considerando l’ampio spettro di accezioni di cui il termine “anomalo” può disporre (specie nell’ambito tutto particolare di un centralino ambulanze) Pellegrino sapeva che Marco non lanciava mai l’allarme a vuoto: il suo vecchio collega era ben conscio di cosa potesse suscitare quel tipo d’avvisaglia sussurrata a mezza bocca per telefono agli amici del giornale, sempre a caccia di pezzi a effetto da spiattellare nella prima pagina della cronaca cittadina.
Quindi ecco, i possibili scenari verso cui la Ford scassata di Pellegrino si stava placidamente dirigendo erano legati ragionevolmente a una lista piuttosto scarna, seppur variopinta. Togliendo di mezzo le classiche chiamate da intoppo notturno – vecchietti stecchiti nel sonno, vecchietti gasati dal forno lasciato acceso, vecchietti che scivolavano sul pavimento bagnato rompendosi il femore, eccetera – Pellegrino provò a immaginarsi il quadro che avrebbe potuto trovare presso la palazzina di via Baita 21, la sua meta designata. Poteva trattarsi della sempre interessante faccenda dell’affittuario colto nell’atto di menomare, con metodi a volte fantasiosi, il vicino di casa molesto; oppure, non meno scontata ma un pizzico più rara, l’eventuale scomparsa di animaletti da compagnia quali gattini, cagnolini o coniglietti, che, per quanto banale potesse sembrare all’apparenza, Pellegrino reputava foriera di scoop giornalistici. E questo perché a volte, quando buttava davvero bene – sia chiaro, sempre da un punto di vista giornalistico – i casi di animali scomparsi durante la notte andavano a braccetto con quelli di neonati precipitati giù da terrazzi sghembi e muniti di ringhiere troppo basse, quei balconi che erano annoverati da anni sotto la voce “ristrutturazione d’emergenza” nelle pratiche edilizie del comune. Pellegrino non aveva mai colto il nocciolo di quel collegamento così macabro e quindi aveva smesso di interrogarsi da un pezzo, privilegiando, con un tocco di cinismo, l’utilità pratica per i suoi reportage.
Svoltò nella via segnata sull’indirizzo e parcheggiò a una manciata di macchine di distanza dall’ingresso della palazzina. Scese dalla vettura e si avviò verso l’ambulanza lampeggiante che se ne stava a sirena spenta sul ciglio della strada. C’era anche una macchina dei carabinieri parcheggiata di sbieco accanto all’ambulanza, con i fari spenti e l’ombra di una figura in divisa seduta alla guida che sbuffava fumo fuori dal finestrino. Pellegrino cambiò lato del marciapiede e accelerò il passo, poi attraversò di nuovo la strada allargando il giro e raggiunse l’ambulanza. Appoggiati contro la portiera bianca e rossa c’erano due volontari dell’SVS: un ragazzone moro dall’aria truce e una volontaria su con l’età che batteva il piede sul marciapiede con impazienza. Entrambi sembravano a disagio. Erano a braccia conserte e fissavano l’androne buio del palazzo dinanzi a loro, l’espressione a metà tra il disappunto e il disgusto.
Pellegrino fece un cenno di saluto mentre si accendeva una sigaretta. «Ehilà, come andiamo?»
«Manghella, che cazzo vuoi? Chi ti ha chiamato?» biascicò il ragazzo, scocciato.
Il giornalista si strinse nelle spalle. «Sono passato a curiosare, come al solito». Si guardò intorno con finta indifferenza, indugiando qualche attimo sulla vettura dei carabinieri. «Loro sono già dentro?»
«Ne è salito solo uno, per controllare il motivo della chiamata», rispose la donna sbuffando. «Noi non possiamo ancora entrare».
Pellegrino si accigliò. «Come sarebbe a dire che non potete entrare?»
«Quello che ho detto», fece la donna guardandolo con disprezzo. «I carabinieri non ci fanno salire su perché a detta loro “non sussiste alcuna emergenza medica in corso”».
«E Marco?»
«È andato a farsi un caffè, ne aveva piene le palle di aspettare qui giù».
«Ma io posso andare?»
La volontaria fece spallucce. «Se ci tieni tanto».
Pellegrino tossicchiò, incerto. «Sentite… per caso… è mica sparito qualche animaletto domestico? Cane? Gatto? Cincillà?»
Il ragazzone gli lanciò un’occhiata schifata. «Manghella, hai la patta sbottonata. Levati dai coglioni».
«Vabbè, allora vado dentro».
Pellegrino si affacciò nell’androne buio. Avvertì un refolo di corrente che gli accarezzò il viso, portandosi dietro un odore dolciastro di frutta avariata condito da una puntina di pesce marcio. Gettò la sigaretta per terra e mosse alcuni passi dentro. La luce non funzionava; ma da quello che riusciva a scorgere nella penombra – grazie al residuato di luce confuso emesso dai fari accesi dell’ambulanza parcheggiata fuori – l’androne era un vecchio corridoio piastrellato di graniglia bianca e nera anni ’60. Annusò ancora l’aria pungente e provò un moto di disgusto: sembrava che un cassonetto rimasto al sole per anni avesse digerito gli scarti d’un mattatoio industriale.
Turandosi il naso si mosse fino alla rampa di scale. Stava per salire i gradini quando qualcosa attirò la sua attenzione. Si fermò e si chinò verso il pavimento, per osservare meglio quello che a suo giudizio pareva un grumo di sangue rappreso immerso in una pozza rossa più grande. Sgranò gli occhi con un sussulto e, sempre con la schiena piegata e il capo chino, notò una scia che si allontanava fino all’ascensore. La traccia rossastra spariva nella sottile intercapedine sotto alle porte chiuse dell’ascensore. Rimase a fissarla imbambolato.
Forse quella sera aveva fatto bingo. Ma la tenue eccitazione che gli stava salendo su per la schiena incontrò subito il principio d’ansia, che scendeva in senso opposto, all’altezza della nuca, stringendolo in una molle morsa di melassa. Frugandosi in tasca in cerca di un’altra canna, rifletté brevemente sul da farsi. Era abbastanza sicuro che quella schifezza rossa fosse sangue: ne aveva già visto in discrete quantità in altre – e ben più concitate – scene di cronaca nera, certo; eppure, un’insolita inquietudine si stava facendo strada attraverso il suo stomaco indolenzito. Come mai non c’erano carabinieri in mezzo alle scatole? Perché non avevano fatto entrare i volontari dell’ambulanza? E se fosse accaduto qualcosa di strano, di delicato, qualcosa che gli integerrimi ed efficienti agenti delle forze dell’ordine non volevano che venisse divulgato? Chi abitava in quel palazzo? Cosa poteva mai essere successo? Pellegrino scosse la testa, provando a liberarla dalla coltre di nebbia paranoica recapitata dall’erba. Gettò il mozzicone per terra e si fece coraggio, deglutendo. Doveva salire.
Chiamò l’ascensore, che dopo qualche rumore di sferragliamento antidiluviano gli si aprì dinanzi. La bella vista del cumulo di frattaglie insanguinate cosparse sul pavimento della cabina gli fece andare di traverso il fumo della canna. Oddio! pensò. Hanno… squartato qualcuno dentro l’ascensore? Tossendo a più riprese, e sforzandosi di non farsi travolgere dall’ansia, entrò nella cabina con la schiena rasente alla parete, lo sguardo che magneticamente cascava di continuo sopra l’accozzaglia sanguinolenta spalmata sul centro del pavimento della cabina. Voltandosi verso i pulsanti della bottoniera vide che il numero 4 era umido e macchiato di sangue. Lo schiacciò rabbrividendo e si fece la salita con gli occhi chiusi e il naso turato.
Arrivato sul pianerottolo si accorse subito che la scia di sangue continuava verso uno degli interni. Sospirando forte, con la testa spaccata a metà tra un’assurda leggerezza sensoriale e l’incombente paranoia emotiva, decise di seguirla fino alla porta di uno degli appartamenti, che guarda caso era spalancata. Pellegrino si fermò sull’uscio ad ascoltare. Dentro c’era qualcuno. Sentiva dei colpi secchi seguiti da grida di donna sbraitate in una lingua sconosciuta. Scivolando sul pavimento con il suo miglior passo felpato, il giornalista s’addentrò nel corridoio e fece capolino in una delle stanze della casa. In quello che sembrava un salotto, illuminato da un lampadario che gettava una luce giallastra sull’ambiente, si ergeva un carabiniere in divisa – gli dava le spalle, non poteva vederlo in viso – intento a schiaffeggiare con meticoloso rigore una donna seduta e ammanettata al bracciolo della sedia, che urlava e sbraitava e piangeva, con il labbro inferiore rotto e il naso sanguinante.
«Sono un rappresentante dell’Ordine Costituito!» E giù un bel dritto. La donna, con gli occhi ridotti a due fessure azzurre, inveiva e urlava di rimando, biascicando in quella sua lingua – probabilmente di qualche paese dell’Est Europa, giudicò Pellegrino – che né lui, né il braccio violento della legge (a quanto pare) riuscivano a capire. Intanto il carabiniere incalzava la donna. «Mi senti? Ti devi dare una calmata, stronza!» e giù di rovescio. «Mi vuoi dire che cazzo è successo? Eh? E smettila di sputare!» E le rifilò un ceffone così forte che la testa le scattò all’indietro e poi, lentamente, si adagiò mesta sulla spalla, e così rimase per un po’.
Pellegrino strinse le labbra con gli occhi sgranati, in preda a un attacco di panico in piena regola. Tirò via la testa dal pertugio – né il caramba né la vittima s’erano accorti di lui – e si adagiò contro il muro a occhi chiusi, respirando profondamente e con regolarità. Che razza di situazione era quella? Dove si era cacciato? Rimpianse il suo divano compagno di seghe e si maledisse per aver risposto al telefono. Però, nel pieno dello scombussolamento che scuoteva membra e nervi, sentì affiorare anche un’altra, del tutto insolita (almeno per lui) sensazione antagonista. Quel distacco emotivo, assiduamente ricercato dai fruitori della cannabis e per certi versi persino salutare, lo obbligò a render conto del contesto in cui s’era cacciato. D’accordo, non c’erano cagnetti, gattini, criceti o neonati, era un caso del tutto anomalo quello, ma cominciò a farsi strada prepotente la necessità d’adempire fino in fondo al suo primario dovere di giornalista, checché ne risultassero le conseguenze. Sì, era deciso: doveva andare fino in fondo a quella storia, doveva seguire la sua caparbietà giornalistica – e in questo caso, la scia di sangue rappreso che ironicamente fungeva anche da segnaletica orientativa – fino a venire a capo di quell’assurdo scenario.
Con un balzo felino sgattaiolò oltre la porta del soggiorno oltrepassando l’ansiogeno spaccato fotografico per seguire la striscia rossa sul pavimento lercio, che serpeggiava fino a svoltare dentro l’ultima stanza a destra in fondo al corridoio. Dall’esterno si poteva già scorgere una luce rossastra che irradiava l’uscio e si confondeva con la pozzanghera umida sul pavimento. Pellegrino raccolse un po’ di coraggio e mise un piede dentro la stanza. Ebbe subito il sentore che qualcosa, nello scenario che gli si era parato davanti, sfuggisse, con evidente ironia, alla sua comprensione della situazione. La stanza era una camera da letto, illuminata da un solitario quanto insistente neon rosso, dentro la quale era stata compiuta una carneficina in piena regola. Il pavimento, cosparso da frattaglie e interiora zuppe di sangue, era talmente scivoloso che il povero giornalista capì subito di dover prestare attenzione a dove zampettava, pena rovinoso capitombolo. Quello che però indusse un sincero conato di vomito a Pellegrino fu quella che, a suo giudizio, doveva trattarsi della carcassa di un gigante stecchito sul letto. L’uomo era talmente grosso che le gambe sporgevano fuori dal bordo del letto di almeno mezzo metro, e la testa, di cui il giornalista poteva scorgere solo la nuca dato che il viso era riverso completamente contro un cuscino sventrato, pareva quella di un rinoceronte. Le lenzuola erano intrise di sangue e intestini spappolati, e il corpo dell’omone vi ci giaceva invischiato dentro. Per qualche secondo Pellegrino rimase paralizzato a osservare la scena. In sottofondo – probabilmente collocati in un’altra dimensione sensoriale – udiva ancora gli echi di urla e schiaffi; infine, deglutendo con labbra tremanti, si avvicinò al letto. Allungò una mano e la appoggiò sul collo del bestione. Era ancora caldo. Sarà morto da poco, pensò. Si stava sporgendo ancora un pochino nell’intento di effettuare il secondo controllo vitale (quello di garanzia) quando il cadavere gettò un muggito profondo e gutturale. Pellegrino saltò due metri indietro urlando «Occheccazzo!»
L’omone riemerse dall’incoscienza alzandosi di scatto, le mani puntate contro il letto. «Aaaaahhrggg!» E con agilità improbabile balzò subito in piedi, torreggiando sul giornalista.
Pellegrino sbiancò e rinculò fino ad arrivare spalle al muro. Il bestione aveva i capelli a spazzola e lo sguardo spiritato, con il mento, il naso e la bocca fradici di sangue. Eppure non sembrava ferito. Il suo fiato puzzava d’alcol scadente e aveva un passo un po’ traballante, quello sì, ma il suo ringhio bestiale era sufficiente a far tremare le ginocchia di Pellegrino.
«Cosa ci fai in casa mia, brutto stronzo?» Intimò la bestia, con un pesante accento dell’Est.
«Io… ehm… veramente…»
«Adesso ti ammazzo».
«Stiamo calmi…!»
«Ti faccio a pezzi, figlio di put-» La mole del bestione, come poté notare Pellegrino, non andava assolutamente d’accordo col pavimento fradicio di sangue. Al terzo passo, l’uomo scivolò e crollò a terra, andando di testa contro il bordo del comodino – sbam! Il gigante rimase accasciato tra letto e muro, con il collo torto e gli occhi ribaltati all’indietro, privo di conoscenza.
«Oddio… adesso è morto sul serio…» balbettò Pellegrino fra sé e sé. Ma subito il bestione cominciò a russare, accasciato per terra con la bocca aperta e sbavante. Scavalcando con disgusto il corpo, Pellegrino si avvicinò al letto insanguinato e rimase a bocca aperta. Ci sarebbe da dire che quel mix d’esperienze psico-emotive era decisamente oltre i suoi standard giornalistici – anche oltre le esperienze con i neonati – e la testa annebbiata dalle canne non aiutava affatto. Ma poteva giurare, in completa onestà di coscienza, che la cosa sventrata e spalmata sul letto del bestione, e sulla quale probabilmente quello era svenuto sopra, fosse niente meno che un pesce – un tonnetto! – grasso e squamoso. La luce rossa che illuminava la stanza non aiutava affatto l’analisi ottica della situazione. Pellegrino provò dunque a pensare lucidamente.
Allora, ricapitoliamo. Questo bestione torna a casa ubriaco marcio, con un bel tonno sventrato pronto da infornare – a spuntino notturno non si comanda – e se lo trascina dietro per tutto l’androne, dentro l’ascensore, fin dentro casa. Se lo porta in camera e viene colto da un collasso fulminante che lo obbliga a schiantarsi faccia nel letto abbracciato al tonno. Un attimo… ma cosa ci voleva fare a letto con un tonno sventrato? Vabbè, a quello pensiamo dopo, Pellegrino. Dove eravamo rimasti? Ah sì, giusto, la moglie. Dunque, la moglie rincasa, vede tutto quel sangue e – comprensibilmente, povera donna – dà completamente di matto e chiama i carabinieri. Gli onesti e ligi, mai abbastanza celebrati esponenti delle forze dell’ordine, arrivano e trovano ‘sto casino. Non riescono a capire cosa diavolo possa essere successo e provano a chiedere alla moglie, che come dicevamo prima è completamente fuori di testa e poi arriv–
Un urlo alle sue spalle sgomberò di prepotenza quelle riflessioni. «Manghella!» Il carabiniere era apparso nella stanza, ironicamente convocato dai suoi stessi pensieri. La divisa era illuminata di rosso e brandiva il manganello d’ordinanza con aria minacciosa.
«Cos…! Cazzo!»
L’altro s’avvicino con un ghigno sul volto. «Ancora a gironzolare sulle scene del crimine, non è vero Manghella?»
«M-ma quale scene del crimine? Non è successo niente…!»
«Fai silenzio, brutto schifoso», e gettò un’occhiata al pesce sventrato. «Ecco, ci risiamo! Ti vuoi fottere quel tonno, vero? Non impari mai? Brutto pervertito di merda, adesso ti faccio vedere io!»
«Cosa?! Stavolta è diverso, lo giuro!» Mentre indietreggiava, Pellegrino inciampò tra le caviglie del bestione e finì di schiena sul letto con uno splash disgustoso.
Il caramba intanto si avvicinava sghignazzando. «Ecco, brutto schifoso! Adesso sei soddisfatto, no? Ti piace sguazzare nel putrido vero? Sei proprio incorreggibile… adesso ti faccio vedere io!»
«Argh!» Pellegrino vide abbattersi il manganello sibilante dritto sul suo cranio, poi il buio.
Si svegliò di soprassalto sudato marcio, immerso nei cuscini luridi del suo divano in salotto. Aveva le brache calate e una mano nelle mutande stringeva qualcosa di moscio. La televisione lampeggiava gettando ombre e luci nella stanza buia. Fuori la notte correva tranquilla, un venticello fresco entrava dalla finestra e muoveva le foglie della pianta nell’angolo. La busta di piselli ghiacciati che si era applicato sopra il bernoccolo sulla fronte aveva iniziato a colargli sul viso. Prese una canna e l’accese dando una lunga e profonda boccata. La cassetta che stava guardando prima di addormentarsi stava per finire, ma era arrivata al climax: una ragazza nuda, bionda e avvenente si rotolava in mezzo a due labrador scodinzolanti. D’un tratto gli venne in mente il tonno sventrato. A quel punto il telefono iniziò a squillare. Pellegrino si girò a guardarlo, allungò la mano e staccò la spina con uno strattone. Gli stava venendo duro di nuovo.