“Anche ora ci si sente come in due: da una parte l’uomo inserito
che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana
e dall’altra il gabbiano, senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.” 

G. Gaber

Ore 19.
Rumore di chiavi.
Porta che sbatte.
Tramestio di scarpe, poi di ciabatte.
Un tonfo attutito.
Click – vociare televisivo.

In queste poche frasi si riassume il rientro a casa di Mario, ogni sera. Per la verità molte non sono neanche frasi, essendo sprovviste di soggetto e verbo. Ma proprio per questo sono perfette per descrivere una non-vita. Il soggetto non c'è, o forse ce ne sono così tanti che omettere era l'unica opzione possibile; e il verbo che fine ha fatto? Un verbo prevede un atto, che sia fisico o del pensiero poco importa; ma quando si rientra a casa e ci si toglie le scarpe per poi gettarsi di peso sul divano davanti alla tv, di forze per agire e per pensare evidentemente non ne restano molte.
Sig. Rossi. Potremmo chiamare così il protagonista di questa storia, tanto è comune la sua vita. Non Paolo, perché questo nome porta sentori di gloria agonistica ed echi di comicità satirica, e il nostro uomo le ha perse entrambe da tempo; e giammai Valentino, ché al nostro anti-eroe, per mettersi “in moto” al risveglio, non basterebbe un contratto milionario.
Dunque, vediamo un po'… Mario. Mario Rossi. Sarebbe perfetto! Ma in realtà non c'è neppure bisogno di questo artificio, perché qui racconteremo sul serio le vicende di un Mario Rossi anagrafico: quello residente a Xxxxxx in via Yyyy n.Zzzzzz. Ma prima di addormentarci, facciamo un passo indietro.

Chi è Mario Rossi? Mario Rossi è un uomo di mezza età, media statura e normopeso. 42/177/75. Sarebbe una pessima modella. Per sua (s)fortuna fa un lavoro altrettanto “fisico” ma decisamente meno remunerativo: il facchino. Meno viscido di un lecchino, meno saporito di un tacchino, meno bizzarro di un becchino, meno faticoso di… di… no, niente da fare. Per quanto si sforzasse (e lui si sforzava, nel vero senso della parola), a Mario non veniva mai in mente un lavoro più stancante, anzi più distruttivo, di quello. Che tuttavia era il suo lavoro, da sempre. Quello che gli aveva consentito di campare fino a oggi; o almeno questo era ciò che Mario avrebbe detto se proprio avesse dovuto trovare un pregio al suo impiego.
In cosa consisteva? Semplice. Portare oggetti da un luogo a un altro. Oggetti non abbastanza leggeri perché potesse trasportarli chiunque e non abbastanza pesanti da richiedere l'uso di un forklift o di un carrello. Enormi cassette di frutta, damigiane, sacchi di granaglie da mezzo quintale: non faceva differenza. Arrivava Mario, se le caricava in spalla, e le sistemava nel magazzino del grande supermercato. E pensare che non era certo il tipico forzuto! I colleghi lo chiamavano SuperMario infatti, come il piccolo idraulico italo-americano del celebre videogioco.
Oltre a non avere l'aspetto del bruto, Mario non ne aveva neanche lo spirito, e tanto meno la mentalità. Quando i suoi colleghi, durante le pause trascorse a sgocciolare sudore e fumare cicche nel retro del magazzino, intavolavano discorsi virili su donne e sport, si teneva in disparte. Era un tipo riservato, che non amava sbandierare conquiste né parlare d'imprese altrui. Nella pausa pranzo, dopo un panino e una birretta, trascorreva il resto del tempo a leggere. Ci metteva uno, anche due mesi a finire un libro, perché riusciva a leggere solamente in queste occasioni, con tutte le distrazioni del caso. I colleghi lo stuzzicavano spesso, specialmente Bruno il romano, meglio noto come l'anello di congiunzione tra l'uomo e l'armadio quattro stagioni.
«A' SuperMa', sempre con 'sti libbri! E rilassate 'na vorta tanto eh, che nun te fa male!»
Al che Mario rispondeva sempre più o meno in questo modo: «Rilassato lo sono anche troppo e di tempo ne perdo a vagoni! E poi a leggere s'impara a vivere e s'impara a scrivere.» Già, scrivere.
Dopo un liceo classico portato in fondo per miracolo e un singolo, pietoso anno d'Ingegneria, a vent'anni il nostro povero facchino aveva finalmente messo in chiaro due cose nella vita: gli piaceva scrivere e si era rotto le scatole di starsene a casa con i suoi. Poiché scrittura e indipendenza economica erano due cose inconciliabili, almeno nell'immediato, si era deciso a trovare un lavoro, uno qualsiasi purché gli consentisse di rendersi autosufficiente. Per l'esattezza si era cercato di proposito un impiego prettamente fisico, in modo da mantenere a riposo la mente e averla ancora fresca per le attività creative. E che aveva trovato? Ma un posto come facchino, è ovvio. Già, Mario ormai faceva lo stesso lavoro da ventidue anni.
Dapprima era stato contento della scelta: aveva subito cominciato a guadagnare discretamente e si era potuto permettere l'affitto di un monolocale in periferia. Purtroppo l'equivalenza “lavoro fisico = zero fatica mentale” si era ben presto rivelata tremendamente falsa: tornava da una giornata di sgobbo piegato in due e con la testa annebbiata, desideroso soltanto di poltrire. Poi pian piano si era leggermente abituato al ritmo, e così riusciva a riservare qualche sera a settimana al suo hobby. Tra un racconto e un altro, Mario lavorava a un romanzo psicologico ambientato in Italia alla fine dell'Ottocento, un interminabile mattone pseudo-dostojevskiano. Tuttavia le idee non mancavano e il poco tempo veniva densamente riempito di pagine scritte a mano, tentativo ulteriore di mettersi nelle condizioni degli scrittori del passato.
Nonostante questo, il fine settimana e perfino alcune sere restavano a disposizione della vita sociale, che Mario non voleva trascurare: di amici ne aveva pochi ma buoni e comunque si sentiva a proprio agio anche nel conoscere gente nuova. Ogni tanto ci scappava qualche avventura e per tre anni si trovò pure una donna, più vecchia di dodici anni, divorziata e con una figlia già in fase scolare. Una stronza in cerca del primo stupido a tiro, priva di interessi lavorativi e creativi. Perlomeno, il buco lasciato dall'ex-marito non era l'unico che cercasse costantemente di “tappare”.
Poco dopo questa parentesi, ma indipendentemente da essa, cominciò per Mario la fase “invecchiamento”. Non reggeva più i ritmi di prima e dunque, sorprendendo gli amici e sé stesso, scelse di sacrificare gran parte dei rapporti sociali per non abbandonare la scrittura. Ma durò poco anche questo periodo.
Per scrivere ci vuole una mente fresca, ma anche il corpo dev'essere bello sveglio; e invece gli effetti della giornata lavorativa si facevano sempre più pesanti, portando spesso il nostro eroe a ridestarsi con la bic serrata nel pugno e il foglio incollato all'angolo schiumoso della bocca. Anche l'assenza di diversivi sociali non aiutava.
Gradualmente, inesorabilmente, la discesa lo portò prima alla solitudine; poi a dimenticare una dopo l'altra le attività di manutenzione della casa. Abbandonò l'uso della cucina, saltando spesso la cena oppure ordinandola a domicilio; trascurò la pulizia dei locali, il lavaggio e stiraggio dei vestiti; e infine pure l'igiene corporea.
Così, gira che rigira, dopo una mezza vita da facchino Mario si ritrovò con un romanzo italo-russo ammezzato, la schiena rotta, un tugurio di casa e un aspetto da barbone. Tendeva a non pensarci, e anche nei rari casi in cui la sua lucidità glielo consentiva, nel fine settimana, si convinceva che le cose sarebbero prima o poi cambiate. Al “come” però non pensava mai; e in tutta onestà, nel profondo del suo cuore da vecchio sognatore, sapeva bene che, senza una spinta bella grossa, le cose non avrebbero potuto che incancrenirsi ulteriormente.
Finché, come nelle migliori tradizioni alchemiche, nell'ennesimo ripetersi del ciclo sveglia-lavoro-casa-televisione-sonno, pur senza alcuna variazione nei parametri, cambiò qualcosa: scattò in lui la consapevolezza, un'epifania tanto semplice quanto geniale. E come tale, insidiosamente inattuata. Di che si trattava?
Mario si limitò a dei semplici conti: l'uomo medio (e lui di uomini medi s'intendeva assai) trascorre sette ore a letto, nove a lavoro, due nella cura dei rapporti sociali e parentali, due per la nutrizione, una tra igiene e bisogni corporali, una in burocrazia, una per lo sport. Questo lascia la bellezza di una sola ora per tutto il resto. Mettici gli imprevisti e cosa rimane? Solo tanta amarezza.
Amarezza perché dalla lista dell'uomo medio restano escluse: lettura, arte, partecipazione politica e, più subdolamente, tempo per sognare e cambiare il mondo.
Qualcosa non tornava. Mario rifece i conti, cambiò qualche cifra, ma niente. L'equazione dell'infelicità e del degrado umano restava corretta. L'uomo degli ultimi secoli non ha tempo per esprimere la sua creatività, non ha tempo per la cultura e non ha tempo per dire la sua in società. Dov'è l'errore? Dorme troppo? Eppure anche limitandosi a cinque-sei ore, Mario sa che si sentirebbe a pezzi senza risolvere la questione. I rapporti sociali erano al minimo sindacale e aveva già sbocconcellato tutti gli altri settori, riducendoli allo stretto indispensabile. Poi finalmente capì.
Il lavoro. Più di un terzo dell'equazione è lavoro. Beh, è naturale che sia così, è umano. Senza lavoro come si può vivere? Si sa che è necessario. Ma lo è davvero in questa misura?
Lavorando meno si guadagna meno; ma si sta peggio? Non è detto. Pensiamo allo stress, che aumenta più si lavora: rende meno efficienti, più soggetti a infortuni. Richiede soldi per essere “scaricato”: massaggi, palestra, vacanze di relax. Per non parlare delle spese mediche. E questi extra costano ore oltre che euro. Impieghi come quello di Mario poi, regalano una vecchiaia breve e piena di acciacchi: si va in pensione? Forse. Di certo sembra più una rottamazione, dopo aver viaggiato a tavoletta per quarantacinque anni. 
Il punto non è dunque che “il denaro non conta”: il punto è che lavorando meno, e quindi incassando meno, servono meno soldi e si ha più tempo libero. Per creare progresso e cultura; per partecipare alla vita politica; per vivere.
Mario chiese una riduzione dell'orario lavorativo, passando a un part-time. Guadagnava poco più della metà, è vero; ma risparmiava i soldi dei farmaci per il mal di schiena e per gli strappi, e quelli dell'abbonamento satellitare (la tv non la guardava più ora che poteva fare altro). Ricominciò a uscire con gli amici e riprese a dialogare con la vagina; entrò a far parte di un collettivo per la tutela del cittadino; e, finalmente, completò il suo romanzo, che aveva richiesto una gestazione di ben ventidue anni. Bastavano invece pochi minuti, a chiunque tentasse di leggerlo, per rendersi conto che il risultato finale era una “cagata pazzesca”.
Forse in fondo non era tagliato per la scrittura, ma poco male: col suo nuovo slancio, Mario “era come più di se stesso, era come due persone in una. Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra il senso di appartenenza a una razza che voleva spiccare il volo per cambiare veramente la vita.”
Due dignità, in un corpo solo.