Era il 1997, un pomeriggio infernale di fine agosto. Il sole alto e impietoso batteva sul parco giochi della St. Peter’s Church, un sole bastardo che ti seccava la gola e arroventava la terra. Ma il vero problema di quel cortile non era il caldo torrido e secco d’estate o il vento gelido e incessante d’inverno, no. Erano i suoi frequentatori.

Eravamo in tutto una trentina, accompagnati puntualmente dai rispettivi genitori – o da suor Christine, nel caso degli otto orfani della chiesa – e dal dopo pranzo al calar del sole i verdi alberi del parco erano testimoni di quello che si può definire solo con una parola: caos.

Spinte e urla erano all’ordine del giorno, i furti erano tacitamente accettati. Se non volevi noie avevi due scelte: startene in un angolo e farti gli affari tuoi oppure guadagnarti il rispetto degli altri.

Io e Jack Lowhart organizzavamo le scommesse di tiro alla fune. Era un modo semplice per guadagnare qualche caramella e, se la corda pendeva dalla parte giusta, anche qualche giocattolo. Certo, qualcuno non era d’accordo con la nostra condotta, eppure avevamo trovato un modo per sopravvivere in quell’inferno senza sporcarci troppo le mani e senza emarginarci dal resto del gruppo.

In tutto questo la comunità aveva trovato un suo equilibrio. Indecifrabile da fuori, precario dentro, già da due anni, in qualche modo, perdurava.

Poi erano arrivati loro. I gemelli Wyatt.

Di un anno più grandi di noi, coi capelli capelli rossi come fiamme, la pelle cosparsa di orribili lentiggini e facce truci da figli di puttana. Pur essendo gemelli non erano del tutto identici. Eugene era incredibilmente alto e robusto mentre Gregory era più basso e smilzo.

Dal primo giorno in cui erano arrivati al St. Peter’s avevano cominciato a spadroneggiare per il cortile, intimorendo i più deboli e prendendo a pugni e calci chi cercava di ribellarsi. In breve tempo la loro ombra di terrore aveva avvinghiato l’intero parco.

Sembrava che la nostra infanzia fosse destinata a trasformarsi in un incubo, ma quel pomeriggio, invece, qualcosa di straordinario accadde.

Stavo giocando a nascondino con Jack e mi ero nascosto vicino allo scivolo quando mi accorsi che gli Wyatt, poco più avanti, se la stavano prendendo con quel povero diavolo asmatico di Will Hamsford.

Will balbettava senza posa mentre i due gemelli si divertivano a spaventarlo e gli estorcevano le sue ben quattro trecce di liquirizia.

Mi guardai bene dall’intervenire. Sapevo che se avessi provato ad aiutarlo ne avrei ricavato soltanto una sassaiola di cazzotti.

Stavo lì, impotente, a commiserarmi, quando lo vidi.

Appostato dietro un cespuglio, Billy Winston tendeva la fionda di suo padre. Era di quelle da pesca, che si usano per lanciare i vermi in acqua. Billy si prese il suo tempo per mirare. Era fatto così, il giovane Bill. Calmo. Silenzioso. Inespressivo.

Scagliò il sasso che in un lampo attraversò lo spiazzo e raggiunse la testa di Eugene, rompendogli il sopracciglio. Il sangue cominciò a colare copioso sulle guance paffute dello Wyatt. Gregory si voltò di scatto, Billy tese di nuovo la fionda e lanciò. Il sasso arrivò al torace, vicino al fianco, fratturando una costola.

Entrambi fuggirono invocando il nome della madre. Io mi voltai, Winston mi vide, poi sparì.

Passarono i giorni, eppure nessuno dei ragazzi aveva idea di chi fosse stato a spezzare la tirannide degli Wyatt, o della sgridata che quell’eroe s’era beccato quando suo padre lo aveva sorpreso con la fionda in mano. Dei due gemelli, ad ogni modo, non si seppe più nulla.

Non vedo Billy Winston da almeno cinquant’anni, eppure sono certo che, se lo incontrassi per strada e lo guardassi negli occhi, riconoscerei colui che, sacrificandosi per i nostri peccati, aveva riportato un po’ di pace agli inferi del St. Peter’s Playground.