DB fissava i suoi tre monitor in religioso silenzio. Il ronzio del ventilatore gli faceva compagnia e il vociare dalla strada entrava prepotente dalla finestrella del monolocale. Il programma di messaggistica da lui inventato segnalò un nuovo messaggio da un suo contatto. DB lo aprì e lesse.

Qualcuno stava utilizzando un programma per la gestione di satelliti artificiali identico a quello inventato da DB. Non appena finì di leggere chiuse immediatamente la partita a scacchi, poi la partita a quel famoso MMORPG un po' rétro che tanto gli piaceva e infine la schermata di calcoli sull’ultimo monitor. La fisica lo appassionava parecchio, ultimamente.

Come si sono permessi di fregare il mio software?, pensò, grattandosi il mento. Aprì il link, avviò lo streaming e si trovò davanti ad una arena.

Un sito di combattimenti clandestini, nello spazio, a gravità zero, con decine di scommettitori. Il giovane thailandese si mise a cercare la fonte dello streaming. Doveva smantellare stringa per stringa la sua creatura defraudata.

«Bingo!», urlò, quando riuscì a violare il firewall. I ladri non si erano preoccupati di cambiare niente e per il giovane fu un’impresa semplice. Iniziò con la cosa più facile di tutte: far sparire il conto in banca agli scommettitori. Vi piace il gioco d'azzardo? Giochiamo allora.

Questo pensiero lo accompagnò fino al completamento dell'operazione. Adesso toccava al satellite artificiale. Il sovraccarico dei generatori da parte dell'hacker mise tutti i presenti al buio. Ci fu un debole tentativo di anti-hacking che fu subito stroncato sul nascere. DB tirò un occhio sullo streaming.

Era rimasto solamente quel che sembrava un androide – il vincitore – chiuso all'interno dell'arena e con i sorveglianti alle calcagna. Se è giusto far danno, bisogna farlo bene, pensò. Aprì le porte verso l'hangar del satellite, selezionando le luci ancora funzionanti in maniera tale da creare una guida luminosa per il vincitore, poi tagliò fuori gli aguzzini del gladiatore e lo tenne d'occhio dalle telecamere di sorveglianza finché non fuggì via su una navicella di fortuna.

A quel punto DB decise di chiudere la partita impostando una rotta di decadimento orbitale. Lo avrebbe schiantato nel Pacifico. Si mise sulle tracce dei ladri di programmi finché gli fu possibile, ma la distrazione di mettere in salvo il gladiatore gli fu fatale: lo avevano tracciato. Un sorriso amaro si dipinse sulla sua faccia. Aveva vinto la battaglia, ma perso la guerra.

Si alzò dalla sedia e staccò immediatamente il collegamento alla rete, poi con calma si mise un paio di scarpe mai usate, pantaloni lunghi e camicia. Scese di casa per la prima volta dopo diversi giorni. La luce del sole era fastidiosa e Bangkok fin troppo calda, ma la cosa non lo scoraggiò. Raggiunse la pompa di benzina più vicina, riempì una tanica da 5 litri e tornò a casa fischiettando. Radunò i suoi 3 PC e le poche cose di valore nel suo zaino mentre cospargeva la casa di benzina; ebbe la premura di far scattare l'allarme antincendio qualche minutino prima. Tutti i residenti si misero in salvo e DB appiccò fuoco al proprio monolocale, poi, senza ripensamenti, svanì tra la folla. Era tempo di cambiare casa, senza lasciare indizi, e di coprirsi le spalle in qualche maniera.

Aveva giocato col fuoco e si era bruciato.

Il giorno stesso, verso la sera, affittò un appartamento spazioso al dodicesimo piano. Lo scelse nel quartiere imprenditoriale di Bangkok e si mise a leggere il giornale locale come era solito. Qualcuno la notte prima aveva fatto fuori – da solo, secondo le testimonianze – i Blue Angels, una banda criminale del suo vecchio quartiere. Idea. DB sorrise soddisfatto del proprio genio. Avrebbe messo in piedi una compagnia di mercenari per pararsi le chiappe dal casino che aveva combinato e il primo da assumere era senza dubbio un tizio capace di far fuori un gruppo di criminali in solitaria.

 

Dopo solo sei mesi, DB era riuscito a creare la propria agenzia di mercenari. Vash e Garrison erano i suoi dipendenti, scelse il primo contattandolo in persona mentre il secondo fu scelto dal destino.

Per quanto riguarda Vash, lo convinse attraverso il suo solito metodo: parole & promesse. Lo avrebbe aiutato a recuperare la sua memoria. Vash gli raccontò solamente quel poco che si ricordava. Erano ricordi di un altro mondo. Secondo il registro della A.T.I., azienda leader nella biotecnologia ma con un sistema di sicurezza a parer di DB un po' deboluccio, Vash si era sottoposto alla criogenia decine di anni prima. Loro lo avevano ripagato, scaduto il contratto, conducendo esperimenti sul pover'uomo, che divenne sì una macchina da guerra ma pagò rimettendoci i suoi ricordi. DB non aveva idea di come fare, ma qualcosa gli sarebbe venuto in mente per aiutarlo. In qualche modo.

Garrison, l’androide modello CRS18GLC3 (per gli amici Gary), lo incontrarono durante un lavoretto. Uno dei primi, tra l’altro, da cacciatori di taglie. Era il gladiatore fuggitivo messo in salvo da DB, lo riconobbe immediatamente. Il thailandese aveva accettato l'incarico solo per capire quale gruppo criminale gestisse il satellite che aveva affondato, ma vi aveva recuperato un compagno. Buffo il destino, pensò.

Garrison era stato creato con la bionanotecnologia per un solo scopo: proteggere la figlia di un ricco imprenditore thailandese. Solo che, ben presto, aveva perso le sue tracce ed era stato pure catturato. Nell'arena combatteva solo per la speranza di poter riabbracciare Valentine. Programmato biologicamente per proteggerla, il suo scopo di vita era semplicemente ritrovarla e continuare le sue mansioni. Non sarebbe stato difficile per DB, ma prima doveva utilizzare la forza di Garrison, ne aveva bisogno. Convinse così anche Garrison ad unirsi alla sua causa ed alla DB&Co. – Mercenary Agency.

Finalmente il giorno era arrivato, avevano attirato l'attenzione di una grossa multinazionale dopo svariati lavoretti portati a termine e delle buone referenze.

«Ragazzi, odio non poter finire di assemblare questo gioiellino, ma abbiamo ricevuto una richiesta di lavoro», DB appoggiò il banco di schede del macroframe sul tavolo e si diresse verso il salotto dell'appartamento. Vash stava pulendo la propria 10mm, comprata da DB dall'esercito tedesco, mentre Gary teneva in mano la foto della ragazzina in silenzio. DB provava empatia per l'androide, ma i suoi sentimenti erano tenuti a bada dal suo ego. O forse il contrario.

Quando DB proiettò il videomessaggio entrambi alzarono la testa. Erano stati invitati a raggiungere, a spese della Fischer-Stein, i loro uffici nell'alta orbita terrestre (roba di lusso) e parlare del lavoro. Nessun'altra informazione.

«Andiamo a dare un'occhiata.» sentenziò Vash.

«Vieni Gary, ci servono soldi per avere informazioni sulla tua amica.» disse DB.

Garrison annuì, poi si alzò in silenzio.

 

I tre raggiunsero il quartiere generale della Fischer-Stein, multinazionale di origini americane attiva nel campo della biotecnologia. Il viaggio per l'orbita terrestre non durò molto, e una volta arrivati incontrarono il vice-presidente del colosso, un uomo calvo dagli occhi color cielo.

Gli uffici erano spaziali in senso letterale e non. Il vice-presidente li accompagnò in giro, facendogli una breve introduzione sulla storia della Fischer-Stein e sull'acquisizione di una seconda stazione-laboratorio indipendente per la ricerca di cosmetici. Tuttavia la stazione era in silenzio radio da circa 48 ore, e DB e i suoi sarebbero stati pagati bene per ripristinare un guasto alle telecomunicazioni e scoprirne l'eventuale causa. Il vice-presidente si tenne quasi sulla difensiva, senza fornire alcuna informazione di rilevanza, ma DB non ne fece un dramma. Pensò che sarebbe stata l'occasione giusta per mettere le grinfie su qualcosa di succoso, quindi firmò il contratto senza pensarci due volte. Lo stesso giorno si imbarcarono su una navicella da trasporto diretti verso la stazione di ricerca, la Van Leeuwen. Gli venne affiancata una giovane donna, Vicktoria, laureata alla scuola di business della Harvard University e successivamente assunta dalla Fischer-Stein.

Salirono a bordo della Colombo. La navicella era divisa in due blocchi: cabina di pilotaggio e cargo. La cabina di pilotaggio era chiusa da un pesante portone, mentre il cargo era costituito da due file di sedili una di fronte all'altra, diversi posti vuoti. Mentre il portellone di accesso si chiudeva alle loro spalle, DB iniziò a divertirsi come suo solito.

«Questo sarà un lavoretto pulito? Non fatemi ridere.» disse, in un inglese che tradiva un accento orientale.

«Ci pagano fin troppo poco.» bofonchiò Vash.

L'androide Garrison restò in silenzio, mentre DB, con la solita disinvoltura, squadrò da capo a piedi Vicktoria.

«Perché bionde del genere sono sempre le assistenti del capo?»

«Sono una esperta in analisi di rischi, signor DB. Inoltre ho io il comando della missione in quanto membro della Fischer-Stein. Vi ricordo inoltre che l'uso di armi da fuoco vi è proibito fino a nuovo ordine.»

Il thailandese fischiò e alzò gli occhi puntandoli contro quelli di Vash.

«Hai sentito?»

L'americano scoppiò a ridere mentre riponeva la 10mm in una pratica fondina. Come suo solito, la stava lustrando. Armata di tutto punto, la DB & Co. – Mercenary Agency attendeva paziente a bordo della Colombo.

«Ripetiamo il piano?» esordì l'androide.

«Così sia, ripetiamolo per Vick, così saprà come comportarsi. Gary, tu e Vash starete in prima linea – i due annuirono – e on sicuro che non avrete problemi, con queste tute nuove di zecca.»

Istintivamente DB portò la mano sul logo della compagnia che lui stesso aveva disegnato e posizionato proprio sopra il cuore. Sono il migliore, pensò, poi riprese il discorso.

«Io guarderò le spalle e fornirò supporto come sempre. Terremo al sicuro la signorina Vicktoria, dato che sarà nostra ospite per la durata della missione.»

DB si interruppe quando la navicella lasciò l'attracco dal QG della Fischer-Stein e provò la sensazione di vuoto che tipica della mancanza di gravità. Non si era ancora abituato. Si ricompose e continuò: «Dobbiamo valutare la situazione dei laboratori di ricerca della Fischer-Stein, ripristinare le comunicazioni che si sono interrotte da ben quarantotto ore, recuperare eventuali informazioni sensibili, assicurarci se la ciurma stia bene e svignarcela. Dico bene, Vicky?»

Lei non si voltò a guardarlo. «Chiamami Vicktoria.»

«Non c'è problema Vick, come preferisci.» Lei a quel punto lo guardò. Lui le sorrise beffardo, fissandola con gli occhietti marroni e vispi. Le sorrideva provocatorio pure con lo sguardo.

Fu a quel punto che Garrison decise di dirigersi verso la grossa porta che li separava dalla cabina di pilotaggio. Fece per mettere mano alle pesanti maniglie, ma le porte si aprirono da sole.

«Viaggio durerà un'ora e trenta minuti – annunciò un uomo dai capelli biondi e gli occhi azzurri in un inglese accettabile. Era seduto su una poltrona foderata di rosso. – io sono Dimitri Zukanov, comandante di navetta. Lei è mia assistente Chandra.» Indicò una donna di origini indiane, seduta vicino a lui. Lei sorrise affabilmente al gruppetto. «Signorina Vicktoria, siamo in viaggio per raggiungere il laboratorio della Stazione Van Leeuwen, alta orbita terrestre.»

Vicktoria sbuffò. «Un'ora e mezzo!? Morirò di noia.»

DB e Vash, invece, avevano trovato il modo per passare il tempo.

«Dannato nerd.»

«Falla finita Vash, devo ricordarti quante partite hai perso?»

«Stronzate.»

Lo scambio di battute tra i due attirò l'attenzione di Dimitri. Si rivolse a DB. «Sei giocatore? Ti sfido io, non sarai così ciarliero dopo.»

Dimitri affidò il comando della navicella a Chandra e si collegò con il MPC impiantato di DB. Il giovane thailandese si era fatto impiantare da poco, sotto la mastoide, un potente MPC (micro personal computer). Passarono la seguente ora sfidandosi. DB si divertiva ed era finalmente distratto. Probabilmente fu per questo che il tempo gli sembrò trascorrere tranquillamente.

«Comandante, c'è una persona che fluttua nello spazio esterno.» li interruppe Chandra.

«È una tuta da operaio della Terrel-Deskau.» confermò Vicktoria.

I tre mercenari si accalcarono dietro i sedili della cabina di pilotaggio, guardando fuori. Lo speciale polimero semitrasparente, in cui era realizzata la cabina di pilotaggio, fornì una buona visione del corpo. I punti ciechi erano compensati dalle telecamere di navigazione.

L'operaio venne avvicinato e catturato con poco sforzo. Indossarono i loro caschi spaziali – nel caso di DB e compagni dei veri e propri elmetti – e Chandra lo valutò immediatamente con il kit medico. «Come sta?»

Chandra alzò gli occhi e guardò DB. «Nessun segno vitale.»

«Di cosa è morto? Quanto ossigeno gli era rimasto?»

«Asfissia… a secco di ossigeno.»

«Cazzo. Vicky, ma sei sicura che state facendo ricerca sui lucidalabbra?»

Viktoria fece per replicare ma non ebbe tempo.

«Arma il cane, DB – intervenne Vash – e Gary, scalda i pugni, avremo da fare.» L'hangar di atterraggio alla stazione spaziale, che includeva i laboratori della Fischer-Stein, era abbastanza grande da ospitare due navicelle spaziali di piccola taglia. Ciononostante, in giro non c'era nessuno.

«Quante persone abbiamo detto ci sono a bordo, Vicky?» domandò DB dopo essersi schiarito la voce.

«Un amministratore, il dottor Ljudel, il capo del progetto di ricerca, dottoressa Benitez e Hanzo, il capo della sicurezza. Poi abbiamo sedici ricercatori e otto membri dell'equipaggio addetti alla manutenzione. In totale ventisette persone.»

DB controllò la planimetria che gli era stata fornita dalla Fischer-Stein. I quattro settori chiave erano: laboratorio di biotecnologie, altri laboratori con una infermeria, centro di controllo e alloggi della ciurma.

«Ci dirigeremo per prima cosa nel settore delle comunicazioni. Forza ragazzi, occhi aperti, va bene che lavorano su qualche crema di bellezza, ma meglio non rischiare.» DB ridacchiò finendo la frase e indossando il proprio casco.

Si stavano finalmente preparando all’atterraggio.

 

«Siamo atterrati su Stazione Van Leeuwen, buona fortuna!» salutò così Dimitri via radio, prima di riprendere lo spazio.

I tre caschi dei mercenari e quello di Viktoria erano in collegamento radio.

Vash ed Gary fecero scendere in sicurezza sia Vicktoria che DB. L'hangar rimasto aperto ed era a gravità zero. Lo attraversarono fluttuando nello spazio con l'ausilio di un cavo in acciaio fino a raggiungere l'ingresso della struttura. DB nascose il moto di nausea. Il galleggiare nello spazio aperto non gli andava a genio. La stazione spaziale era un grande anello al cui centro si trovava un lungo cilindro, il cuore, che ospitava il molo spaziale. Il cuore collegava ogni settore dividendoli in quattro spazi identici.

Il gruppo si trovò in attesa all'interno della stanza di decompressione della stazione spaziale Van Leeuwen. DB non si lasciò sfuggire l’occasione per punzecchiare Vicktoria.

«Vick, hai 28 anni giusto? Se non sbaglio ti chiami Vicktoria Maria Hanney.»

Silenzio.

«Non importa Vicky, le stronze nate a San Francisco sono tutte così.» Quando lei si voltò a guardarlo, lui decise di finire il discorso il tedesco – l’unica lingua che Vick non parlava. «Il tuo fascicolo è stato fin troppo facile da recuperare, tesoro.»

Le mostrò un sorriso di gran classe, quanto meno secondo lui.

«Non fare stronzo, DB.» si intromise Garrison con il suo inglese scalcinato e zoppicante.

«Hai ragione, scusami, Vick!» disse DB, continuando a fissarla col suo sorrisetto beffardo.

La camera di decompressione impiegò circa un minuto, durante il quale i tre mercenari caricarono le pistole ignorando le flebili proteste di Vicktoria. DB le passò la propria pistola elettroshock. Lei lo fissò, basita.

«Non si sa mai.» lo giustificò Vash.

«Questa funziona anche senza ossigeno.» le strizzò l'occhio DB.

Prima di aspettare la sua reazione, tutti si mossero velocemente, pure Vicktoria. Il passo era leggero e sicuro. Raggiunsero la sala comunicazioni e si accorsero che la spessa porta rinforzata era stata sbalzata via. Giaceva di lato, davanti a loro un corridoio ben illuminato, due porte a lato alla stessa altezza ed una in fondo.

«Vash porta a sinistra, Gary quella a destra. Io tengo di mira quella davanti a noi. Vicky, stammi vicino.»

Quello che vide Vash, una volta aperta la porta, era un comunissimo ufficio. Una scrivania con un PC portatile ancora acceso, una pianta vicina all'angolo della stanza, una libreria ed un pranzo non consumato.

«Qui tutto tranquillo.» comunicò.

Gary provò ad aprire la porta con la chiave fornitagli dalla Fischer-Stein. Niente. Anche il tastierino era andato. Forzò la porta scorrevole con facilità e accese la torcia del casco. DB la aveva ottenuta senza supplemento, compresa nel prezzo delle costose tute spaziali. Era uno che ci sapeva fare con gli affari.

Lo scenario che gli si parò di fronte era un gran macello. L'ufficio era completamente sottosopra, la grata di areazione sfondata e una profonda ammaccatura sulla parete della stazione spaziale.

«Qui sembra che ci sia stato un incidente tra due treni – disse in thailandese Gary – forse dovreste venire a dare un'occhiata.»

DB si avvicinò ed entrò nella stanza.

«Che gran casino. C'è pure del sangue ragazzi, occhi aperti. Forse c'è stata una esplosione. Vash, tieni d'occhio l'entrata per la sala comunicazioni. Gary, per quel che può servire, richiudi la porta di questo ufficio.»

Si avvicinarono cautamente alla porta della sala comunicazioni, e attesero. Si sentiva solo il normale brusio della areazione della stazione spaziale. DB provò ad aprire la porta. Accesso negato a causa della perdita di pressione del settore.

«C'è una perdita di pressione, occhi più aperti che mai, provo a forzarla.»

Si collegò al tastierino della porta tramite cavo. Passati pochi secondi, la porta comunicò la sua imminente apertura.

«Un giochetto da ragazzi.» concluse DB.

Non appena la porta si aprì, l'aria del corridoio venne risucchiata all'interno della sala comunicazioni ed il gruppo di conseguenza dovette aggrapparsi all'appiglio più vicino.

La stanza era in situazioni disastrose. Una delle porte era stata sbarrata e un’enorme grata giaceva contro una parete. I server delle comunicazioni erano in bellavista e formavano un bellissimo gioco pirotecnico di luci e fumo. Qualcuno si era divertito a prenderli a mazzate, forse proprio con la grata stessa.

«Vicky, raccontami nuovamente la storiellina del lucidalabbra e dei cosmetici, per favore.»

DB non perse occasione di pungolarla. Era ormai chiaro ai tre che la Fischer-Stein non era stata per niente chiara per ovvie ragioni. Nascondevano qualcosa.

A DB balenò in testa l'idea di trafugare tutti i dati sensibili dai laboratori per poi rivenderli. Ovviamente avrebbe violato alla grande le scartoffie che avevano firmato per lavorare con la compagnia. Stava cominciando ad immaginarne le conseguenze, quando venne bruscamente interrotto dal suo fantasticare a causa di un urlo di Vicktoria.

«Chandra! Chandra! Cosa? Cosa hai detto?!»

«Che cosa succede? Passa la comunicazione anche sul nostro canale, Viktoria.» consigliò Vash.

«È…è terribile – la voce terrorizzata e singhiozzante di Chandra veniva ricevuta da tutto il gruppo – Dimitri è stato fatto a pezzi! Quel cadavere, quell'essere che abbiamo trovato non… non è morto! Lo ha aperto a metà mentre stavamo ripartendo. È un miracolo se sono ancora viv… AHHH!»

«Chandra! Chandra rispondi!» gridarono tutti e quattro.

«A breve sfonderà la porta e sarà qui…» la voce di Chandra si stava perdendo. «Devo farlo per mia figlia… mi dispiace… scusatemi. Mi dispiace.»

Il rumore di fondo della conversazione fu sostituito da un click. La linea era stata interrotta. Ci fu un momento di silenzio, poi DB aprì bocca.

«La navicella, la Colombo, sta puntando dritto contro di noi! Cosa stai facendo, Chandra? Aspetta, aspetta cazzo! Ha staccato le comunicazioni – DB era nel panico – che cosa sta facendo, Vicky? Che cosa vuole fare per proteggere suo figlio? E poi quel cadavere non era morto? CAZZO!».

DB fece per tirare un pungo alla parete, poi ci ripensò, serrando i pugni. Vash appoggiò le spalle contro la parete. Garrison lo imitò. Erano mercenari professionisti, sapevano cosa fare. Dovevano saperlo.

In quel preciso istante uno schianto pauroso li fece tutti balzare in aria, con la navicella spaziale Colombo che compenetrava nel settore degli alloggi causando un’esplosione dietro l'altra.

Poche decine di secondi dopo la situazione si stabilizzò.

Il buio prese il sopravvento per qualche interminabile secondo poi, si riattivarono le luci e l'impianto di areazione, Vash era già in piedi insieme a Vicktoria, Garrison era disteso a pelle d’orso e solo adesso accennava a volersi rialzare. DB gli era finito dritto tra capo e collo. Si erano salvati senza spezzarsi una gamba e questo era già qualcosa.

«State bene?» domandò Vash. Gli altri tre annuirono.

«Vediamo di recuperare qualcosa di utile, dobbiamo ristabilire le comunicazioni. Forse nella stanza dei server…» DB indicò dritto davanti a sé. Si avvicinò alla porta con la solita aria da scavezzacollo e passò il badge. Lo schermo confermò: accesso negato.

«Vicky, perché questa porta non vuole aprirsi?»

«Temo che da lì dentro si possano utilizzare i sistemi di difesa della stazione spaziale. Solo il capo della sicurezza può entrare».

DB valutò la situazione, diede una veloce occhiata alla porta e lasciò perdere.

«Troveremo altrove del materiale elettrico, dirigiamoci verso i laboratori, secondo la planimetria c'è un magazzino.» disse la donna.

«Buona idea, seguiamo la strada più veloce per i laboratori.» asserì DB.

I quattro si avviarono verso l'unica porta servibile della stanza.

 

Lasciato il settore della sala controllo e comunicazioni, si ritrovarono in un ambiente pregno di vapore. Le pareti erano rivestite di condensa e sul pavimento si stava formando uno strato sottile d'acqua. Poco più avanti, da una paratia – tra l'intercapedine e la struttura della stazione – fuoriusciva una grande quantità di vapore.

«Non ci è uscito bene il sistema di riscaldamento. Secondo i piani di costruzione, poco più avanti ci sono i cessi.» disse DB.

«Dobbiamo fermare la perdita, non possiamo rischiare niente.» propose Vash. Tutti concordarono.

Fortunatamente, riuscirono a fermare facilmente la perdita e trovarono pure un pezzo di ricambio per la tubatura. Lentamente l'ambiente tornò ad assomigliare a quello della stazione spaziale e non più a una palude asiatica. Avanzarono fino a trovarsi ad una porta chiusa dal sistema di sicurezza a causa della pressione negativa dell'altro settore. Brutto segno.

DB perse più tempo del previsto a leggere il messaggio di pericolo della porta, che recitava DECADIMENTO ORBITALE. Dall'alto delle sue conoscenze fisiche, DB pensò al dibattito che circa due secoli prima aveva animato la fisica classica, con la rivoluzionaria teoria di Einstein e compagnia cantante, si immaginò pure la stazione in uno stato quantist… rinvenne.

«Porca puttana.» accolse così il messaggio del pannello di controllo della porta.

«Che succede?» si preoccupò Vicktoria.

«Chandra, schiantandosi, deve aver provocato un cambiamento nell'orbita della stazione spaziale. La cosa positiva è che non siamo alla deriva. Quella negativa è che prima o poi ci schianteremo sulla terra.»

Silenzio.

«Sì, e quindi?» intervenne Vash, pragmatico.

«Datemi qualche secondo, non dovrebbe essere difficile capire quanto tempo abbiamo.»

DB chiuse gli occhi e accese al proprio MPC, dove aveva caricato l'intelligenza artificiale da lui stesso programmata. Beatrix, forniscimi supporto visivo. Il giovane dalla mente brillante iniziò ad immaginare le equazioni del moto della stazione mentre l'IA si assicurava della loro esattezza.

«Va bene, abbiamo circa 8 ore prima di schiantarci con violenza sul suolo terrestre. Ne abbiamo 6 prima di entrare nell'atmosfera.» sentenziò.

Poi, come di rito, DB scassinò la porta pressurizzata. Quando Gary varcò la soglia del settore – laboratori secondari ed infermeria – gli arrivò un pannello del corridoio tra capo e collo. I suoi riflessi fulminei da androide gli salvarono la vita e gli permisero di afferrare saldamente il membro dell’equipaggio che lo aveva attaccato. Provò a immobilizzarlo e l’uomo si divincolò. Gary, per tutta risposta, gli svitò letteralmente il collo, e DB, per essere sicuro, gli piantò una pallottola in mezzo agli occhi.

«Fermo! Chi ti ha detto di sparare!?» protestò Vicktoria.

DB si voltò a guardarla. «Vicky, ne va della mia vita e quella dei miei compagni.»

«Chi cazzo era quello? Era fortissimo e finché non gli hai sparato non ha mollato.» constatò sorpreso l'androide. Un semplice umano, per quanto forte, non avrebbe dovuto potersi confrontare con la muscolatura potenziata di Garrison. Si massaggiò il collo, guardando il tipo tramortito.

«Guardate qui, sul fianco, è stato morso da qualcosa. E queste venature violacee intorno al collo non promettono niente di buono.» Vash era già sul cadavere dell'uomo e lo stava analizzando con perizia.

«Qualcosa mi dice che con un buco sul fianco e un colorito del genere – DB indicò con la pistola le inquietanti venature – non sopravvivi. Eppure si muoveva. Occhi aperti ragazzi, qualcosa è andato storto.»

Annuirono tutti, persino Vicktoria, che osservava contrariata il cadavere.

Erano ancora tutti impegnati a fissarlo, quando le paratie vibrarono leggermente.

«Via di lì! Correte!»

Vash si portò subito dalla parte opposta. Gli altri scattarono ed estrassero le armi. Vicktoria, in particolare, fu fulminea.

Dalle pareti, che in realtà non erano altro che pannelli di metallo per rivestire l'interno della struttura spaziale, si continuarono ad avvertire rumori fino a quando, da dietro l’angolo, non spuntò un meccanico della Van Leeuwen con la tuta sporca di sangue. Era fatta a brandelli, e i lembi gli cadevano addosso come pezzi di carne marcia. Si scagliò contro il gruppo emettendo un suono gutturale, poi, dietro di lui, ne spuntarono altri. Il fuoco di soppressione fu immediato. La squadra indietreggiò, facendo fuoco. Ne caddero altri tre crivellati dai colpi. Le 10mm acquistate dall'esercito tedesco ruggivano.

Raggiunsero la porta per il magazzino attraversando i laboratori. Gli schermi ancora funzionanti proiettavano immagini dell'ultima crema cosmetica della Fischer-Stein. Come da copione, i primi ad entrare furono Vash e Gary. Nessun rumore. DB li seguì, furtivo, e iniziò a racimolare cavi elettrici e quant'altro gli potesse tornare utile per improvvisare una riparazione.

«Non c'è altro che possa tornare utile, andiamo.»

Dal magazzino e dai laboratori di cosmetici si diressero verso il settore di ricerca biotecnologica, dove avrebbero trovato il laboratorio principale e forse pure la risposta a cosa fosse successo alla ciurma. Camminarono fino a raggiungere le porte a tenuta stagna che collegavano ogni settore. La prima si aprì sul lungo corridoio che li avrebbe portati al cuore centrale della stazione. Davanti a loro trovarono la porta per il laboratorio principale. DB la stava per aprire, quando contro la parete arrivò una sprangata poderosa.

«Cazzo!», saltò indietro dalla paura. Osservarono dall'oblò, testa contro testa. Dall'altra parte, un gruppo di membri della ciurma che cercavano di raggiungerli. Erano in trappola, l'unica via era dirigersi verso il cuore.

«DB, sigilla questo affare per sempre!» disse Gary.

Con le mani tremanti, DB fece come aveva suggerito l’androide.

«Dobbiamo passare dal cuore, non c'è altra via.» disse Vash.

Si sedettero nella stanza per la depressurizzazione e avere accesso al lungo braccio che li avrebbe portati al cuore della stazione spaziale. Concordarono di prendere il braccio che li avrebbe portati tra il settore degli alloggi e quello biotecnologico.

DB cominciò ad arrampicarsi lungo la lunga serie di pioli della scala a gabbia del braccio, proprio dietro a Vash e Garrison. Allontanandosi dall'anello, però, la gravità venne meno. DB si ritrovò capovolto, e solo a quel punto poté constatare che Vicktoria era sparita.

«Ragazzi, dietro di me non c'è Vicky.»

I due si fermarono. Si voltarono e, constatato che la ragazza era sparita, cominciarono a chiamarla a gran voce. In tutta risposta, ricevettero il click della comunicazione interrotta.

«Ha staccato tutto.» confermò Vash.

«Che diavolo sta facendo?» chiese Gary.

DB scosse la testa. «Non possiamo permetterci di fermarci. Abbiamo poche ore per provare a non morire. Andiamo avanti.»

Il lungo braccio in prossimità del cuore aveva delle aperture che mostravano l'immensità dello spazio, esattamente come l'altro che avevano già percorso. DB vide in lontananza qualcosa che attirò la sua attenzione. Era solo un puntino nello spazio, ma si stava avvicinando. Non ne fece parola perché nemmeno lui sapeva come se ne fosse accorto. Non era il momento di mettere altra carne al fuoco, specialmente perché un istante dopo tutti notarono qualcosa di ben più concreto e vicino: un membro della Van Leeuwen, all'esterno del cuore e nello spazio aperto. Un fumo nero che somigliava in modo inquietante ad uno sciame fu addosso al tipo in pochi secondi. L’uomo sparì. Non ne rimase assolutamente niente, e quel che sembrava fumo nero si radunò e sparì alla loro vista.

Garrison dimostrò di essere un androide con cuore ed anima, tant'è che svenne. Ci volle qualche secondo prima che riprendesse conoscenza. La visione era stata senza ombra di dubbio molto forte, ma nessuno avrebbe mai immaginato che Gary potesse svenire. I tre colleghi si rilassarono per un attimo. Erano ancora vivi e avevano tempo, un traguardo che non avevano sperato di poter raggiungere. Ripresero la scalata verso il cuore.

L'hangar era nelle stesse condizioni: aperto verso lo spazio, le casse fluttuavano disordinate in assenza di gravità. Una cassetta degli attrezzi si piazzò davanti a Vash.

«Controlliamo il reattore della stazione – disse DB tramite la radio – non si sa mai. Magari Vicktoria è qui da qualche parte.»

Dovettero scassinare la porta di accesso al reattore. Faceva estremamente caldo e non c'era personale. Capirono che non sarebbe esploso ma c'era andato vicino. Il ricircolo d'acqua del riscaldamento, che avevano riparato poco tempo prima, era parte integrante del sistema di raffreddamento del reattore nucleare.

«Che culo.» commentò Vash.

«Decisamente.» asserì Garrison.

«Comunque di qui Vicktoria non è passata. Andiamocene, finché non salta in aria andrà tutto bene.» aggiunse DB. In assenza di gravità era divenuto piano piano bianco come uno straccio. Di nuovo, ancora quel mal di spazio a cui non si era ancora abituato.

Ripresero il loro cammino lungo il braccio che li avrebbe portati nell'intersezione tra il biotech e gli alloggi dell'equipaggio. Come si avvicinavano all'anello, gradualmente aumentava la forza di gravità dovuta alla sua rotazione. Raggiunsero la stanza di decompressione e si misero a sedere, aspettando pazientemente. A DB venne voglia di guardare fuori, in particolare verso gli alloggi: la Colombo era piantata in ciò che restava del settore, avendone distrutto in gran parte. Ma quel che vide dopo fu peggio.

Molto peggio.

«Ragazzi. Ragazzi!» e indicò il settore distrutto.

Dall'oblò videro arrivare il fumo nero che sciamò sopra la struttura impedendo di vedere oltre, ma una volta avvicinati, constatarono che era uno sciame di nanomacchine.

«Questa roba deve far parte del sistema di difesa della stazione.» disse Vash.

«Probabile – confermò DB – non ho idea se riusciranno ad entrare, ma io direi di accelerare i tempi.» e si avvicinò alla porta.

A quel punto si aprirono più microfessure nella porta stagna e le nanomacchine iniziarono a sciamare all'interno della stanza, raggruppandosi in alto sul soffitto. In posizione di attacco.

«Cazzo, DB muoviti!»

«Non ci riesco! Sono agitato! Dammi un secondo, cazzo, cazzo, cazzo.»

«Gary apri il fuoco! Gary! Spara, Gary!»

I proiettili erano inutili, era come sparare ad uno sciame di moscerini,. Potevi ucciderne qualcuno, ma si trattava comunque di uno sciame.

Gary e Vash coprirono le spalle a DB mentre finalmente riusciva ad aprire la porta per il settore del laboratorio biotecnologico.

Fu allora che gli si parò davanti un uomo dai chiari lineamenti asiatici: il capo della sicurezza. Infettato. Vash, con un colpo da campione di Judo, lo afferrò per proiettarlo contro lo sciame che sembrava farsi sempre più grande e numeroso.

Del corpo di Hanzo, il capo della sicurezza, non restò che una nube scarlatta. I tre guadagnarono tempo per chiudersi dietro un'altra porta stagna. Lo sciame di nanomacchine deviò verso il braccio – in direzione del cuore – abbandonando i tre mercenari.

«Se quello era Hanzo, e quello era Hanzo, qualcuno ha attivato i sistemi di difesa della stazione, ma non sicuramente lui.» disse DB mentre cercava di riprendere fiato.

«Ho una idea su chi sia stata.» gli rispose Vash. Gli altri due annuirono.

I tre si alzarono dopo essersi letteralmente tuffati nella seconda stanza, poi si guardarono intorno. Lo spazio era piccolo. DB si avvicinò lentamente ad un lettore di retina.

«Ci sarebbe tornata utile la testa di Hanzo, avresti dovuto svitargliela – ridacchiò – per fortuna va bene anche un hacker.»

Impiegò diversi minuti per aprire la porta, anche a causa delle dita che tremavano. Una seconda stanza si aprì davanti a loro e una voce metallica annunciò che a breve avrebbe avuto inizio la decontaminazione prima dell'accesso al laboratorio. Dalle parete venne vaporizzato qualcosa, disinfettante inerte, pensò DB, mentre ricaricava la pistola.

«Vicky ha la mia pistola stordente.» comunicò DB, quando si ricordò di averla armata.

Le luci al LED si illuminarono di verde. Via libera. Entrarono nel laboratorio in formazione con le braccia distese e il dito vicino al grilletto, non sopra, come i novellini. Un sussulto della stazione morente sarebbe stato sufficiente per far partire un colpo involontario.

Il laboratorio era nel disordine più totale. Camminarono lungo i corridoio guardandosi intorno. Le pareti del laboratorio animale erano trasparenti, forse fatte di cristallo, ed era possibile vedere i monitor ancora accesi e le gabbie degli animali da laboratorio aperte. Per fortuna la porta era chiusa mentre nella stanza regnava il caos. Il morbo colpiva anche gli animali, a giudicare dalle pustole e dalle venature violacee.

Una scimmia saltava con incredibile forza da una parte all'altra della stanza. DB si assicurò che la porta restasse chiusa. Avanzarono fino a raggiungere il centro del laboratorio biotecnologico. Molti computer perfettamente funzionanti erano accesi. DB vice un tavolo medico sul quale un ricercatore – o quel che ne restava – si agitava con forza. DB si avvicinò e con estrema calma appoggiò la pistola sulla sua nuca. Lo freddò senza esitazione.

«Copritemi il culo, mi metto a recuperare tutti i dati che posso, fanculo il contratto.» bofonchiò. Se tutto va come dico io divento milionario… se ne usciamo vivi. Evitò di dirlo e si limitò a pensarlo.

«DB, non fare stronzate.» disse Vash.

«Tranquillo.»

«Io mi fido.» commentò Gary.

DB dovette attingere a tutte le sue conoscenze informatiche: i dati erano per ovvie ragioni ben nascosti, ma questo non fu sufficiente. Il laboratorio era un complesso stand-alone difficile da raggiungere e questo probabilmente aveva indotto a utilizzare password vulnerabili per l'accesso ai file sensibili. Aprendo i file si rese conto che erano crittografati, ci sarebbero voluti giorni di lavoro. “Beatrix, inizia a cercare parole chiave come: virus e antidoto, anche sinonimi”. L'IA si mise al lavoro, nel frattempo DB copiava tutti i dati della ricerca sul proprio MPC impiantato. Si dedicò alla crittografia di alcune pagine, per capire con cosa avevano a che fare.

«Stanno lavorando sul supersoldato, questo virus conferisce una forza straordinaria al soggetto. Peccato ti frigga il cervello. Dopo 12 ore, stando alla ricerca, il processo è irreversibile.»

«Errore nelle comunicazioni, come no.» commentò Garrison.

DB si staccò dai computer del laboratorio e si avvicinò alla stanza di fronte a lui. Aveva pareti in metallo come il resto della stazione. Magazzino di stoccaggio, recitava una targhetta.

«Torniamo alla sala comunicazioni?» chiese DB. Recuperato il materiale per improvvisare una antenna e ottenuti i dati sensibili della Fischer-Stein, si riteneva più che soddisfatto.

Si incamminarono verso il settore dei magazzini. Lo avrebbero attraversato per giungere a quello delle comunicazioni, dal momento che quello degli alloggi era distrutto e passare dal cuore era fuori discussione, visto che il letale sistema di difesa della stazione spaziale era attivo e chissà dove. Giunti all'altezza del magazzino dove avevano recuperato, qualche ora prima, il materiale elettrico, una paratia piombò sopra DB, sotterrandolo letteralmente. Dal magazzino uscì un gruppo di ex lavoratori della Van Leeuwen.

«Da dove cazzo escono!?» urlò Vash aprendo il fuoco.

«Spara Vash, spara!» gli fece eco Gary.

«Stronzi sto bene, grazie per aver.. AHHH! Cazzo!» anche DB sparò alla cieca, da sotto la paratia di metallo, scansò involontariamente la testa di lato mentre un pugno sfondava il pannello e per poco non gli fracassò la testa.

Lo scontro a fuoco durò diversi secondi fino ad abbattere tutti gli infetti. Quando Garrison e Vash portarono la loro attenzione sul cumulo di macerie dove era rimasto intrappolato il thailandese, notarono finalmente che l'elmetto era stato strappato con forza bruta dalla tuta spaziale e l'infetto stava mordendo con ferocia la testa di DB. Lo fecero fuori con un colpo solo alla testa. Corsero verso DB, che era incosciente, lo recuperarono e Gary lo prese in braccio.

«È vivo.»

«Ho visto un tavolo medico, nel laboratorio principale, portiamolo lì.»

«Va bene, ma io non so usarlo.»

«Ti sembro un dottore, Gary?» commentò Vash mentre correvano a perdifiato.

Giunsero nel laboratorio. Per fortuna DB era stato abbastanza furbo da lasciare libero accesso senza dover hackerare nuovamente la porta con la scansione della retina. Slegarono e lanciarono via il cadavere che occupava il tavolo medico, poi ci posizionarono DB.

Il tavolo medico era il frutto della tecnologia più avanzata del secolo. Si serviva dell'utilizzo di nanomacchine e sembrava in grado di prodigi della medicina. L'interfaccia guidata permetteva di operare semplici suture in automatico, tuttavia la ferita di DB era qualcosa di ben diverso, e nessuno di loro era un medico. Per il momento si limitarono a spogliare il giovane, a legarlo sul tavolo medico e a chiudere la capsula, attivando così il programma di sutura e anestesia locale. Le nanomacchine e piccoli laser ricrearono la cute mancante a causa dei morsi dell'infetto. Piano piano DB si riprese, aprì gli occhi e sia Vash che Gary potettero leggervi il terrore. Lo guardarono in silenzio, ma prima che uno di loro potesse aprir bocca, udirono una voce alle loro spalle.

«Forse questo può esservi di aiuto.»

Vash e Gary si voltarono con le pistole spianate. Era Vicktoria.

«Calmatevi, ragazzi – disse mentre teneva le mani alzate – ho qualcosa che potrebbe salvare il vostro amico.» agitò una scheda di memoria piuttosto grande con la mano destra.

«Dove diavolo eri finita?» domandò Gary.

«Hai attivato tu i sistemi di difesa? Sapevi a cosa andavamo incontro, vero?» rincarò la dose Vash.

Silenzio.

«Qual era la tua missione?» chiese Garrison.

«Noi siamo sacrificabili, ma DB ha bisogno del nostro aiuto adesso.» continuò Vash.

Vicktoria rimase in silenzio.

«Ragazzi, se permettete mi piacerebbe salvarmi la pelle.» si intromise DB.

«In questa scheda c'è il programma sperimentale per la rimozione del virus da parte delle nanomacchine – rivelò finalmente Vicktoria – in cambio ce ne andremo da qui tutti insieme.»
DB guardò i suoi compagni ed annuirono, Vash e DB si scambiarono un cenno di intesa impercettibile. Sarebbero usciti in tre da questa stazione spaziale.

Vicktoria si avvicinò consegnando la scheda a Vash, che la diede in pasto al computer del tavolo. Sul monitor si aprì una interfaccia per la procedura guidata.

«Gira il monitor verso di me, vediamo cosa dice» disse DB e guidò passo passo Vash.

Dopo diversi tentativi riuscirono a capire e si attivò un programma per debellare il virus. DB fu lentamente invaso da uno sciame di nanomacchine che iniziò ad inalare ad ogni respiro.

Fu allora che Vash decise di agire, mentre Vicktoria gli dava le spalle, sparandole a bruciapelo. Vicky si rivelò molto di più di una semplice analista, con riflessi fulminei deviò l'arma contro la capsula del tavolo medico che venne perforata dal proiettile. DB sgranò gli occhi vedendo fuoriuscire all'esterno le nanomacchine, non ci pensò due volte e facendosi coraggio infilò nel foro il proprio dito indice, squarciandoselo in maniera orribile. Quasi pianse dal dolore, ma la strategia funzionò e riuscì a mantenere sigillato l'ambiente della capsula.

Nel frattempo Gary era piombato addosso a Vicktoria, mettendosi in mezzo tra lei e Vash.

«Non puoi ucciderla!» gli urlò mentre teneva ferma la ragazza.

Vash guardò dritto negli occhi Gary e abbassò lentamente la pistola. Non voleva ferirlo. Quantomeno questa fu la valutazione di Gary, che non appena si rilassò vide le cervella di Vicktoria esplodere in una rosa vermiglia. Vicktoria si accasciò priva di vita su Garrison, che lentamente la depose sul pavimento.

Il silenzio veniva accompagnato dallo sfarfallio delle luci della stazione. Brutto segno.

«Gary, lo sai. Ci stava usando, o noi o lei» disse DB.

«Lo so DB, lo so. Ma non mi va che la gente muoia.» rispose Gary.

Aspettarono fino al completamento dell'operazione. DB non era più infetto, ma era nudo come un verme. Indossò una delle tute spaziali d'emergenza del laboratorio. Era leggerissima. Anche una coltellata avrebbe squarciato il tessuto, al contrario di quelle militari che era riuscito ad acquistare.

Mentre si accingevano ad uscire dal laboratorio sentirono un urlo, si acquattarono e videro lo sciame di nanomacchine rincorrere due uomini in tuta spaziale. Il primo venne raggiunto dallo sciame e sparì in pochi secondi. Il secondo continuò a correre portandoselo dietro.

«Chi diavolo sono?» domandò Gary.

Avanzarono verso il luogo dove lo sciame aveva appena fatto fuori il tizio.

«Scopriamolo.» disse Vash mentre raccoglieva l'unica cosa rimasta dell'uomo appena morto: una pistola.

«Manca il numero di serie – continuò – o sono un gruppo mandato per recuperare Vicktoria, o sono pirati.»

DB e Garrison annuirono.

«Chiunque siano, sono arrivati in qualche modo qua sopra. Corriamo al cuore, devono avere un mezzo di trasporto» concluse DB.

I tre mercenari si mossero velocemente, in silenzio, fino ad arrivare all'hangar. Nello spazio le pistole avrebbero potuto sparare pochi colpi, il primo per l'ossigeno in canna e gli altri, forse, se ce n'era abbastanza all'interno del proiettile.

Avrebbero combattuto nello spazio e senza gravità. L'hangar era un ambiente più che ostile, specialmente se ci fossero stati dei pirati o qualcuno armato, magari provvisto di navicella.

Quando Vash si affacciò, vide il mezzo spaziale ormeggiato. I due uomini di fronte a lui non si accorsero di niente. DB allora si lanciò nello spazio andando a collidere contro la navicella. Riuscì ad aggrapparsi al portellone ancora chiuso.

«Se aprono sono nostri!» urlò alla radio.

«Sei un cretino.» commentò Gary.

Vash aprì il fuoco in maniera da avere una copertura. Era troppo impegnato per badare a ciò che accadeva intorno a lui, mentre un DB fino ad allora miracolosamente indenne fu colpito al braccio sinistro.

«Cazzo!» si lamentò in radio.

Il portellone della navicella si aprì. Probabilmente i due uomini che erano appena stati fatti fuori da Vash avevano avuto abbastanza tempo da chiedere rinforzi o semplicemente schiantarsi contro un portello. DB perse la presa e rotolò sul muso della nave, mentre Gary imitava il folle salto nel vuoto del suo datore di lavoro. Arrivò letteralmente tra le braccia del tipo che era sulla soglia, che probabilmente gli aveva sparato, ma la tuta militare ideata per conflitti a fuoco resistette senza problemi. Nel corpo a corpo il pirata non ebbe scampo.

Alla fine li raggiunse in sicurezza anche Vash e recuperò DB con una corda in acciaio. Per poco DB non finì alla deriva. Stava perdendo molto sangue. Non appena furono a bordo, Vash accese i motori della navicella e si allontanò il più possibile dalla stazione spaziale.

Durante il loro rientro nell'atmosfera il mezzo su cui viaggiavano fu danneggiato dai detriti della stazione spaziale, entrata in orbita terrestre ed ormai spacciata. Vash fu costretto ad un atterraggio di emergenza in mezzo al nulla, mentre DB continuava a perdere sangue dal braccio ferito.

Atterrati, miracolosamente indenni, uscirono giusto in tempo al tramonto per vedere quel che sembrava una bellissima cometa sul cielo al tramonto. La Fischer-Stein si schiantò nel mare del Golfo del Siam.

«DB, dimmi una cosa.» chiese Gary, mentre teneva in braccio il thailandese ferito.

«Spara.»

«Mi dici come ti chiami?» chiese curioso Garrison. Alla richiesta si voltò anche Vash.

«Promettimi di non ridere.»

«Promesso.»

«Dante, Dante Breenson.»

I tre si guardarono negli occhi e scoppiarono a ridere.