Bocca aperta, un'ultima passata di rossetto. Mi do una ravviata ai capelli, sistemo il vestitino succinto e mi isso sui tacchi 15, giusto in tempo perché Cheryl arrivi.

«Vai, che poi tocca a me», mi dice annoiata. Non so davvero come possa esserlo: io sono eccitatissima!

«Beh! Come sto?», chiedo febbrile, senza riuscire a trattenere uno stupido sorriso da adolescente.

«Come al solito, Renée», mi risponde ruminando un chewing-gum logoro, «sembri una mignotta di quart'ordine. Ma chi deve vederti, il tuo ragazzo per caso?».

Non potrebbe capire.

Senza risponderle, mi avvio dentro la sala del night ancheggiando in modo vistoso. Salgo sul palco e comincio a muovermi sensualmente a ritmo di una canzone rock anni '80, di quelle che sono passate di moda da un pezzo, o almeno credo. Non ci capisco un cazzo di musica rock.

Gioco con il palo della lap dance, ci giro intorno e mi ci avvinghio pensando all'uomo che voglio portarmi a letto; poi mi getto in terra, mi metto in ginocchio e vado carponi come una gatta in calore, cercando disperatamente il suo sguardo.

Le luci blu, e gli occhi di tutti i presenti, puntano me. Ma di tutti gli sguardi solo uno mi ama davvero.

Il mio unico amore, l'unico che mi avrà per il resto della mia vita. L'unico che toccherà, che bacerà, che possiederà il mio corpo.

Finalmente incrocio i suoi occhi glaciali: avverto istantaneamente un calore indecente alla fica e mi mordo il labbro inferiore fino a farmi male. Senza smettere di fissarlo neanche per un secondo mi rialzo e, continuando ad ancheggiare e a toccarmi, inizio a spogliarmi lentamente, fino a rimanere con solo il perizoma di paillettes e le scarpe.

Quanto ho faticato, quanto ho sofferto per avere Leland. E ora è mio, quel pezzo di merda.

Noto con piacere che porta la stessa cravatta azzurra che aveva la sera in cui ci siamo conosciuti.

 

Io, come al solito, ero sul palco a fare un numero; lui aveva un addio al celibato. Mi colpì appena entrò con il festeggiato e gli altri loro amici: capelli biondo cenere, occhi azzurri, bocca carnosa, vestito firmato, fisico perfetto e faccia da stronzo.

Ordinarono subito da bere, nonostante fossero già visibilmente alticci, poi si diressero nel privé richiedendo le spogliarelliste più fighe del locale. Il proprietario venne a chiamare me e altre quattro ragazze e ci dirigemmo tutte nella stanzina illuminata di rosso, sul retro, ben consapevoli che tutto era concesso in questi casi: fummo accolte con grida esultanti.

Io mi atteggiavo da porca con tutti i suoi amici, anche se non avevo occhi che per Leland: fra un'occhiata e l'altra, fra un drink e l’altro, notai che si era allentato la cravatta e sbottonato la camicia, rivelando i pettorali scolpiti. Sudava alcol e testosterone da ogni singolo poro.

Dopo un po' che i nostri ormoni si erano azzannati nonostante la distanza fra i corpi, si avvicinò. Ci sfiorammo a malapena, ma mi sentii come un insignificante pezzettino di ferro di fronte ad un magnete.

«Vieni via con me. Adesso», sussurrò con voce decisa. Non me lo feci ripetere due volte. Mi accompagnò alla sua Porsche e andammo a un motel poco lontano.

Di quella notte ricordo, nel buio, la sua bocca morbida e insistente che mi baciava, le sue grandi mani sul mio seno rifatto, e le mie dita sul suo culo sodo che faceva cigolare il letto. Se i corpi potessero fare scintille, avremmo sicuramente dato fuoco alla camera.

Ma quando mi risvegliai il giorno dopo, lui era sparito: aveva lasciato una pozzanghera di vomito accanto al letto e cinquanta dollari sul comodino; mi toccò persino pagare il servizio di pulizia extra.

Da quella sera tornò a cercarmi abbastanza spesso, e ogni volta era la stessa storia: ondate di passione la notte, per poi ritrovarmi completamente sola la mattina dopo, eccezion fatta per i soldi. Nonostante questo, m'innamorai follemente: pensavo ogni secondo a lui, ogni sera pregavo e scongiuravo che venisse al locale e, quando veniva, il cuore mi batteva all'impazzata e gli occhi mi si riempivano di gioia.

Dopo alcune settimane cominciai a fare ricerche e scoprii che, oltre a essere fidanzato con un’attricetta dal passato poco chiaro, conosciuta come Jamye Virginia, Leland era anche il ricchissimo figlio di un potente avvocato della East Coast: decisi che non valevo solo i dollari di una scopata notturna.

E sapevo cosa fare.

In città la gente parlava di una fattucchiera di New Orleans, che si faceva chiamare Philomène e che si era trasferita da poco a Palm Springs perché malvista nella sua città d’origine: si vociferava di delitti passionali in cui era coinvolta indirettamente, risse per malocchi e cose strambe di questo tipo. Perlomeno pareva che la sua magia funzionasse, così, in una giornata assolata e torrida, la andai a cercare all’indirizzo datomi da quella gran pettegola di Cheryl: mi ritrovai davanti a una casetta scolorita e piena di crepe al confine col deserto. Bussai allo stipite della zanzariera polverosa.

Philomène era una nera che dimostrava più anni di quelli che aveva: il viso rugoso e poco curato, i capelli raccolti in treccine, una tunica larga, scucita e piena di lustrini, e braccialetti d’argento anneriti ai polsi.

Non volle sapere neanche il mio nome, senza tanti preamboli mi chiese di cosa avessi bisogno: le esposi il mio problema e lei mi descrisse per filo e per segno la soluzione; la pagai e me ne andai.

Cominciai fin da subito a mettere in atto il mio piano, non c’era tempo da perdere: non appena rividi Leland, prima che si svegliasse all’alba per andarsene dall’ennesima stanza dell’ennesimo motel, di soppiatto tagliai un lembo piuttosto ampio dal suo foulard nero, conservai un preservativo usato e, dopo che se ne fu andato, raccolsi diversi capelli dal cuscino.

Appena tornata a casa, cominciai a costruire una dagida1 con quello che avevo appena raccolto: diedi una forma umana al pezzo di stoffa, lo imbottii della pezza su cui avevo rovesciato lo sperma, cucii tutto e infine applicai i capelli e una foto del viso di Leland che avevo trovato su Google sulla testa del feticcio.

Poi cominciai il rituale:

 

  • cerchio di polvere di mattoni per protezione

  • sale su ogni punto cardinale

  • preghiera a Papa Legba per aprire le porte fra il mondo reale e il mondo degli spiriti

  • simboli di Erzulie Frida e La Sirena

  • gioielli e doni vari per ingraziarmi Erzulie Frida e La Sirena

  • salmo

  • preghiera

  • spilli

  • preghiera

  • coccole

  • salmo

  • preghiera

  • spilli

  • coccole

  • salmo

  • preghiera

  • spilli

  • coccole

  • gioielli e doni vari per ingraziarmi Erzulie Frida e La Sirena

  • preghiera a Papa Legba per chiudere le porte fra il mondo reale e il mondo

  • degli spiriti

  • eliminazione del cerchio di protezione

  • fine.

 

Continuai a effettuare il rito ogni giorno per due settimane, come mi aveva prescritto Philomène. Già dopo pochi giorni cominciai a notare dei cambiamenti: Leland veniva a cercarmi più spesso, mi fotteva in maniera più passionale; iniziò a coccolarmi dopo il sesso, smise di lasciarmi i soldi sul comodino e infine rimase tutte le notti a dormire in motel con me.

Stava funzionando, tutto procedeva come volevo ed ero felicissima di questo. Leland, a giudicare dalla faccia seria che aveva, forse non lo era altrettanto, così una sera gli chiesi il perché del suo cambiamento, cosa sentiva, cosa provava.

«Non è facile da spiegare», rispose accigliato, «Non è una cosa razionale, perché nella mia testa non è cambiato nulla. È solo che se sto troppo lontano da te ho delle fitte al cuore e un gran mal di testa».

Poi mi baciò, e a me tanto bastava.

Dopo circa un mese, successe l’evento che ci ha legati indissolubilmente per sempre.

Era un pomeriggio nuvoloso e caldo, io ero in casa stravaccata sul divano a guardare divertita un programma in cui due nere si stavano pestando per un energumeno vestito da Snoop Dogg dei poveri, quando squillò il telefono.

Era Leland, stava singhiozzando come un bambino.

«Amore, che hai?», gli chiesi spaventata.

«Renée, de- devi venire subito da me. È su-successo… Ho combinato u-un casino».

«Arrivo», risposi senza battere ciglio. Riattaccai e uscii immediatamente.

Guidai fino a casa sua con l’angoscia nel cuore. Arrivata fuori dalla sua villetta, la cappa di silenzio caldo e innaturale non faceva presagire nulla di buono. Ancora più agitata, mi diressi alla bella porta bianca sotto il porticato e bussai con forza; Leland mi aprì immediatamente. Ancora scosso dai tremiti, il suo bellissimo viso era paonazzo e pieno di lacrime e moccio. Mi abbracciò forte e irruppe in singhiozzi ancora più strazianti.

«A-aiutami Renée.. Non- non ce la f-faccio.. Non ce la faccio p-più».

Con uno sforzo disumano riuscii a trattenere le lacrime e a calmarlo, per quanto possibile. Poi mi portò in cucina.

Lì mi aspettava Jamye Virginia, seminuda sul pavimento, inzuppata nel suo stesso sangue, con il ventre squarciato e l’espressione vacua e sconvolta di chi si è dissanguato guardandosi le viscere.

Morta.

Notai a malapena che era piena di lividi sparsi per il corpo, quando arrivò la stretta micidiale di un conato e dovetti correre a vomitare nel lavandino. Giusto il tempo di finire e Leland mi afferrò, mi voltò e mi strinse fortissimo a sé.

«Mi dici cos’è successo?», gli chiesi con voce roca, accarezzandogli la nuca. Aveva smesso di singhiozzare, lasciai che parlasse.

«Volevo troncare con lei perché sto di merda, ma lei non voleva lasciarmi perdere… Ho questa maledetta fitta al cuore quando non ti vedo… mi fa sempre male la testa. Non ce la faccio più».

Sapevo che era colpa mia. Tutta colpa mia.

«Sto di merda senza di te… Sono confuso… Sono tornato a casa e l’ho trovata qui, mi ha detto di essere incinta; non ci ho visto più… ho voluto controllare che fosse vero… Oh mio Dio, oh mio Dio…».

Forse non avevo pensato molto alle conseguenze della mia scelta; forse non le avevo ritenute abbastanza importanti. Ma a quel punto era troppo tardi per tornare indietro. D’altronde, io non ne avevo intenzione.

Quando si fu calmato a sufficienza, avvolgemmo il cadavere in un paio di sacchi neri e aspettammo che calasse la notte. Poi andammo a sotterrarla in mezzo al deserto, fuori Palm Springs; nessuno l’avrebbe cercata. Leland mi disse che era immigrata, che Jamye Virginia non era neanche il suo vero nome e che era da un po’ che non le facevano fare un film. E anche se l’avessero cercata, lui era certo che suo padre lo avrebbe tirato fuori da qualsiasi impiccio.

«E poi, ho anche te», aggiunse senza guardarmi, mentre adagiava la carcassa nella buca che avevamo scavato per tutta la notte.

Da quel giorno non ci siamo più separati; sono passati nove mesi tra vacanze in yacht, regali super lussuosi, eventi glamour, e sesso, sesso, sesso: tutto quello che ho sempre sognato fin da bambina!

Certo, ci sono anche giorni meno belli in cui Leland ha dei tremendi sbalzi d’umore, mi urla addosso, a volte mi picchia o minaccia persino di uccidermi. Probabilmente è una conseguenza del rito hoodoo2, ma l’accetto senza troppi problemi. L’importante è aver ottenuto quello che desideravo.

 

Finalmente la canzone è finita, posso scendere dal palco. Mi struscio sinuosamente al palo ancora una volta, lancio un ultimo sguardo al mio uomo, che ricambia con un’espressione folle, e mi volto per andarmene, ancheggiando come quando sono entrata in scena. Cheryl è dietro le quinte, pronta a prendere il mio posto.

«Però, mica male il tuo ragazzo!», mi dice con una punta d’invidia. Le rivolgo un’occhiata eloquente, senza fermarmi.

Una volta tornata in camerino, prendo i vestiti dallo stipetto: in quel momento si apre la porta.

«Ciao, culo splendido». Il tono di voce entusiasta è in netto contrasto con il viso di Leland, ghignante al limite dello psicolabile. Ricambio con un sorriso smagliante: quanto mi arrapa quando fa così!

«Ti è piaciuto lo show?», gli chiedo.

«Preferirei essere l’unico a vedere tutto quel ben di Dio, ma non posso negare che mi sia piaciuto», risponde con un accenno di irritazione. Mi avvicino e gli metto le braccia al collo.

«Lo so amore, non appena mi sarà possibile smetterò, te l’ho promesso». Mi avvicino alla sua bocca per baciarla, ma lui indietreggia infastidito.

«Rimediamo subito».

S’inginocchia di fronte a me. Ho un tuffo al cuore, inizio a urlare come una tredicenne, con le mani sul viso.

«Non così in fretta», mi dice con uno strano luccichio negli occhi, «Prima dobbiamo firmare il nostro contratto prematrimoniale».

«Cosa… amore, perché vuoi un contratto…?» chiedo perplessa.

Per tutta risposta, tira fuori qualcosa dalla giacca. Una scatola di velluto nero, lunga. La apre: dentro ci sono un anello con un diamante enorme e un tagliacarte d’argento, con il manico intagliato con le nostre iniziali. Estrae quest’ultimo.

«Perché io e te abbiamo parecchi segreti da nascondere», mi dice guardandomi di sottecchi. Mi sfiora la pancia nuda con la lama di taglio, poi mi tira giù le mutandine di

paillettes.

«Vuoi ancora sposarmi, Renée?», mi chiede, nella sua voce un accenno di rabbia.

«Sì», gli rispondo immediatamente, senza riuscire a trattenere un brivido di terrore e di piacere allo stesso tempo.

Alla mia risposta affermativa, porta la lama sempre più giù, finché mi sento bucare il clitoride. Distolgo lo sguardo dal suo viso ghignante e guardo le mie cosce, fra le quali scorre un rivolo di sangue.

«Su su, non mettere il broncio!», mi dice prendendomi in giro.

Prende l’anello dalla scatola e me lo mette al dito, poi si alza e mi fa sdraiare sul divanetto di pelle nero davanti agli specchi. S’inginocchia di nuovo, mi apre le gambe e comincia a leccarmi via il sangue; in preda all’estasi, vedo che armeggia con i suoi pantaloni. Poi grugnisce di dolore.

Preoccupata, faccio per alzarmi, ma lui si alza prima di me e mi tiene distesa con una mano, mentre con l’altra getta in terra il tagliacarte. Poi si prende il cazzo, anche quello insanguinato, me lo ficca dentro e comincia a penetrarmi, lentamente ma con violenza. Entrambi urliamo di dolore e piacere, guardandoci dritti negli occhi.

Difficile dire chi sia più folle, fra me e lui.

 

1 Feticcio che riproduce in modo simbolico le fattezze della persona a cui è rivolta la fattura.

2 A differenza del voodoo, che è una vera e propria religione, per hoodoo si intende puramente una forma di magia di origini africane.