La 206 scassata di Lorenzo Serchia rombava rauca lungo una strada secondaria a quaranta minuti dalla città. Due lunghi fossati dividevano l’asfalto accidentato, tutto curve strette e declivi, dal querceto che inghiottiva l’area circostante, tetro sotto il bagliore alabastro dell’alba appena sorta oltre la coltre di tempesta che ammantava il mondo, quel lunedì mattina; nella testa del ventinovenne solo una profonda depressione da risveglio, un malessere ben pasciuto dalla consapevolezza di dover rimanere incastrato per dieci ore in un lavoro inappagante e sottopagato anche per quel giorno. Terribili ore sottratte alla sua vita.
Passato il tratto dove in primavera i pensionati andavano con grossi fucili a polverizzare uccelletti grandi come ghiande, tuttavia, l’attenzione di Lorenzo fu attratta da una scena inusuale: lungo la terrificante curva discendente rinomata come “Quattro fosse”, due indecise linee di gomma bruciata proseguivano oltre il canale sinistro. Serchia rallentò, notando come i rovi e gli arbusti più giovani fossero stati travolti e divelti proprio in linea di traiettoria con quella evidente, brusca frenata. Ora, per quanto potesse apparire come un’azione di alto senso civico il suo accostarsi per scendere a controllare, in un angolo nascosto e marcescente della mente del giovane brillava l’ipotesi di poter perdere legittimamente qualche ora lavorativa. Così sterzò dolcemente, fino ad incontrare uno di quei punti in cui i fossati erano coperti da un cuneo di cemento per permettere la sosta fuori dalla carreggiata. Staccò le chiavi dal quadro e scese.
Il debole chiarore di cenere antica della mattina imminente lo aiutò a saltare il fossato oltre il quale il corridore notturno doveva esser saltato a sua volta, con terribili esiti. Appena giunto sotto le grandi querce piombò nel buio di campagna. Si servì della torcia del suo cellulare per proseguire più in basso, seguendo la scia della vegetazione strappata. Dopo solo qualche passo individuò una larga porzione di paraurti spezzato tra il fogliame dorato. Discese ancora quel ripido avvallamento fino a trovare un SUV nero ribaltato. Poteva vederne la fiancata sinistra, ammaccata e graffiata: il finestrino dal lato guidatore era completamente disintegrato, e di chi guidasse quel costoso bestione urbano non c’era traccia. Proprio mentre Lorenzo cominciava a realizzare d’aver già visto quel veicolo, udì un mugugno dolorante provenire dalla parte opposta della carcassa di quello straziato elefante di metallo. Lo aggirò senza indugio.
Serchia puntò la luce del suo telefono verso l’uomo. Doveva essere stato sbalzato fuori dall’auto durante il ribaltamento, ed era finito dritto sopra ad un lungo ramo spezzato. Adesso quello giaceva impalato all’altezza degli intestini, impossibilitato a tirarsene via, ancor vivo in una pozza di sangue mischiato a terra, foglie e funghi. Ciò che fece rimanere di sasso Lorenzo, però, fu vedere il volto dell’uomo.
Carlo Castelli, il suo caporeparto.
«A-a-a-aiutami…» gorgogliò il Castelli, con la gola piena del sangue che gli refluiva in bocca direttamente dai suoi dotti più ignobili e maleolenti. Lorenzo puntò la luce su di sé, per farsi riconoscere.
«S-serchia?» per la sorpresa il Castelli tossì grumi scarlatti mentre pronunciava il nome del giovane.
«Si, sono io. Aspetti, vado a chiamare aiuto.»
Lorenzo tornò sui suoi passi velocemente, fino alla strada. Non c’era segnale in zona, così decise di aspettare un eventuale passante. Eppure sapeva bene che non sarebbe arrivato nessuno, non a quell’ora. Tornò alla sua auto, rimise in moto, la nascose più internamente tra le querce, ridiscese, prese una cassetta per gli attrezzi dal bagagliaio e nel tornare in strada lanciò un altro sguardo per incrociare qualche possibile viaggiatore. Nessuno. Riprese a correre verso il luogo dello schianto, sperando di fare in tempo. 
Castelli era ancora vivo, Serchia tirò un sospiro di sollievo. Pose la cassetta vicino a lui, poi trascinò un grosso sasso muschiato fin davanti al moribondo e vi sedette sopra. Si accese una sigaretta. Il Castelli, intanto, singultiva e tremava, guardando il ragazzo in modo incredulo.
«Veniamo a noi.» esordì Lorenzo, facendo un tiro. «Sai come ti chiamiamo?  Il nazista.»
«Aiu…» sospirò Carlo, ma fu subito interrotto dal Serchia. 
«E basta, ti ho sentito. Lo vedo che ti si è infilato un bastone nel culo.» Scosse la testa ridendo. Intanto fumava di gusto. «Non c’è male. Ti abbiamo augurato di peggio, sai?» Gli si avvicinò, gli soffiò del fumo in faccia. «Castelli il nazista muore con un palo in culo. Cazzo, se è divertente. Non me lo perderei per nulla al mondo.» Lo sapeva che il ramo non gli si era piantato proprio nel culo, ma trovava divertente l’idea.
«P-p-perch…»
«Perché? Davvero non te lo immagini?» il tono del Serchia si fece adirato. «Aspetta, che te lo spiego. Arimondi, lo ricordi? Si, m’immagino come sia difficile pensare ora, ma fa’ uno sforzo. Ricordi di avergli fatto fare una doccia di candeggina? Sì, per un ritardo di tre minuti. E Galassi? Lasciato nudo negli uffici; hai pure mandato una foto a sua moglie.»
Castelli tossiva, e più che tossiva più che il suo sguardo bovino si riempiva di disperazione.
«Scu-scusa.»
«Oh, è un po’ tardi, cazzone. Nessuno si dimentica le tue urla in faccia. Nessuno si leva dalla testa le offese e le mani facili. Troppo semplice chiedere scusa. No, mi godrò questo spettacolo finché durerà. Vedi di sbrigarti e crepa, stronzo.» Nell’attimo di silenzio successivo Serchia scandagliò come uno zelante sonar di carne ogni possibilità remota di rumore d’auto. Non volava una mosca. 
Castelli sboccò altro sangue dalle profondità più distanti dalla sua bocca, sangue schiumoso e fetente. Spicciò qualche parola con estrema fatica. 
«S-soldi…vuoi d-dei s-sol…»
Serchia lo fissò per un attimo, per niente scosso da un minimo di senso di compassione. Si batté un pugno sulla coscia.
«Questo mi fa incazzare. Giusto perché hai dei soldi, pensi di poterti cavare da tutto.» Si spense la sigaretta su una scarpa, dopo si mise il mozzicone in tasca. «Che atteggiamento del cazzo! No, non funziona così, vedi: quel bel palo che hai nel culo non lo puoi corrompere. Nemmeno a me interessano così tanto i tuoi soldi. Te la ricordi la Ribaudo? Te la volevi scopare, lo sappiamo tutti. Lei no, invece. L’hai minacciata, picchiata. Cazzo, tutti noi abbiamo bisogno di lavoro, ma non così. L’hai ammazzata tu, lo sai? Non c’eri quando si è buttata, ma le mani che l’hanno spinta giù erano le tue.» Strinse i pugni. «Ho una gran voglia di cagarti in bocca, ora.»
Mentre Castelli cominciava ad avere dei forti sussulti, Serchia prese la sua cassetta. L’apri, ne trasse un paio di guanti da lavoro. 
«Aspetta qui, non mi morire.»
Sparì nel folto del querceto, tornò qualche minuto dopo. Aveva dello sterco tra le mani.
«Non sono un idiota, non voglio finire in galera per te. Non ti cagherò in bocca. Ma forse, qualche animale di passaggio…»
Spalmò per bene l’escremento semifresco su tutta la faccia del Castelli, il quale provava a dimenarsi come poteva. Il puzzo invase le narici del Serchia, riempiendolo non di disgusto ma di gioia folle.
«Questo è esattamente come ci siamo sentiti tutti noi ogni volta che hai aperto bocca. Palate e palate di merda. Troppo poco per te.»
Con le sole forze rimastegli, Carlo tentò di addentare la mano guantata di Lorenzo. Il suo morso non fu abbastanza forte sui guanti da lavoro in gomma spessa. Il Serchia rise e ritirò la mano.
«Ora parliamo di me.» disse poi il ragazzo, a denti stretti. «Mi hai vessato per anni. Preso di punta. Il giovanotto mai all’altezza della situazione. Mi hai preso a calci, tirato piscio, mi hai anche rotto il naso. Mi hai costretto a orari immondi. Ho perso la mia vita, stronzo, solo perché sai bene che tutti i dipendenti di questo paese non hanno diritti né opportunità. Oggi l’universo mi ha fatto un regalo. Oggi sarà una bella giornata. Forse uno stronzo come te prenderà il tuo posto, ma io dirò a tutti cos’ho visto e provato e loro capiranno. Perché i mostri come te generano figli mostruosi, e quelli siamo noi. Ora, sbrigati a crepare.»
Il Castelli non riusciva più a parlare, emetteva null’altro che gemiti strozzati. Negli ultimi istanti della sua vita poteva osservare lucidamente, al chiarore crescente e grigio lavagna del cielo, la soddisfazione schizzata del Serchia. Non era tempo di scuse, mai ne aveva avuto, questo era il risultato. Si spense col sapore di merda in bocca e, come ultima immagine impressa negli occhi, una chiara e poderosa erezione del Serchia.
Lorenzo tornò alla sua auto dopo essersi reso certo di non aver lasciato tracce. Ripose la cassetta degli attrezzi, salì ed infilò la chiave nel quadro. Prima di girarla gettò uno sguardo allo specchietto centrale. Una creatura orribile stava seduta sui divanetti posteriori, ed applaudiva molto lentamente, in tono sarcastico, con mani disarticolate e carbonizzate.
«Bella trovata.» pronunciò con voce flebile, distante come da un altro mondo. Il suo volto verdastro e totalmente deforme parve contrarsi in un sogghigno. Decine di crateri purulenti sul suo cranio evidente rilasciarono rivoli di liquido giallastro.
«Che cosa?» chiese Lorenzo.
«La trovata dello stronzo animale. Sei stato bravo, però non sei sicuro che sia davvero andato.»
«Morto, sicuro. Anche se fosse, tirerà la cinghia presto. Da qui non passa nessuno.»
La creatura fece un cenno d’assenso, poi riprese: «Devi andare a lavoro, è tardi.»
«Già.» sospirò lui, accendendo e inserendo la retromarcia. «Forse sarà una giornata migliore, e credo che tu debba dormire. Spero ti sia piaciuto, Ribaudo. E’ stata una lunga attesa.»
«Ampiamente ripagata.» La creatura reclinò la testa e chiuse gli occhi. Quando Lorenzo riprese la marcia lungo la strada secondaria gettò uno sguardo allo specchietto. Non vide nessuno.
Richiuse poi il cruscotto ancora aperto dove aveva dimenticato le tronchesi.